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La concezione
psicosomatica unitaria rimanda alle origini stesse della medicina,
richiamando il mito di Asclepio, istruito e allevato dal centauro
Chirone: e il centauro è un essere metà bestia e
metà uomo,
cioè corpo
e mente riuniti.
Ma metà bestia e
metà uomo era anche il Minotauro; quando si gioca con i miti
bisogna fare attenzione a scegliere quello giusto.
- La
vita
è breve, l'arte lunga.
l'esperienza ingannevole, il giudizio difficile...: afferma
Ippocrate
- e, citando
Popper: Un
fatto smentisce cento teorie, cento teorie non smentiscono un
fatto...
- il sonno della ragione genera mostri...

La
figura china
è avvolta da
otto gufi, innumerevoli pipistrelli, la lince
e un gatto nero che mimetizzato nell'oscurità rappresenta la
pigrizia
e la lussuria. Solo la
lince ai piedi dell'artista
rappresenta la positività: Goya ci avverte di
rimanere
all'erta così come è la lince, a causa dell'eccellente
vista
capace di penetrare nell'oscurità, perché durante il
sonno
non possiamo difenderci dai vizi, rappresentati dagli animali che gli
stanno
intorno. . .(Citazione tratta dal catalogo 119 Galleria
Salamon
pag. 43).
Da
osservare l'animalità
lungimirante della lince espressa nello
sguardo
- attento, perplesso, preoccupato - e la falsa intelligenza che trapela
dagli occhi - furbetti o falsamente ingenui - dei gufi, o da quelli -
malevoli
- del gatto nero seminascosto dietro il dormiente. El sueño
de la razon
produce monstruos.... Francisco
de Goya y Lucientes Caprichos
43 1797 (El
Prado Madrid)
Il commento del
Maestro,
conservato al Museo del
Prado di Madrid, riporta, a proposito di questa tavola:
La
fantasia abbandonata
dalla ragione
produce mostri impossibili: con essa è madre delle arti e
origine
delle sue meraviglie.
43.
El
sueño de
la
razón produce monstruos. En
la parte
anterior de
una mesa situada a la izquierda del grabado se lee el titulo del
capricho.
P. La
fantasía,
abandonada de la razón, produce
monstruos
imposibles; unida con ella es madre de
las artes y origen de las maravillas.
BN.
Portada
para esta
obra: cuando
los hombres no oyen el grito de la
razón, todo se vuelven visiones.
|
La
"sublimazione"
Prima di tutto è da chiarire un
concetto usato in modo traslato e metaforico, e spesso
mistificato: la sublimazione.
Se
poniamo un
corpo caldo
a contatto con uno più freddo, poco dopo entrambi i corpi
avranno la stessa temperatura, intermedia rispetto alle rispettive
temperature iniziali. Se apriamo una boccetta di profumo in un angolo
della stanza, poco dopo il suo profumo si spanderà per tutta la
stanza. Cosa hanno in comune questi due esempi? Entrambi i sistemi
fisici tendono a diventare più "disordinati". Nel secondo caso,
le molecole di profumo, che inizialmente sono collocate in
un piccolo
volume all’interno della boccetta, vanno via via sparpagliandosi fino
ad occupare l’intero volume della stanza. Nel primo caso a
diffondersi
non sono gli atomi che costituiscono i corpi, ma l’energia ad essi
associata. In effetti la temperatura
è una misura dell’energia
cinetica connessa al moto di agitazione termica degli
atomi che
oscillano attorno al proprio punto di equilibrio.
Maggiore è la temperatura, più veloci – e dunque
più energetiche – sono le oscillazioni atomiche. Quando il corpo
più freddo viene messo a contatto con quello più caldo,
gli atomi di quest’ultimo "tamburellano" con maggiore vigore contro la
superficie del corpo freddo. Gli atomi caldi comunicano parte del loro
moto e della loro energia a quelli freddi che aumentano così la
propria temperatura. (da Entropia
e
irreversibilità
Annibale D'Ercole
Osservatorio
Astronomico - Bologna) |
In chimica-fisica - e già molto prima: nell' alchimia
- si
parla di sublimazione
per indicare un fenomeno reversibile
di passaggio:
sublimano le sostanze
che semplicemente passano dallo
stato solido a
quello gassoso (e viceversa!) secondo un equilibrio ben
definibile al
variare dei parametri di pressione, temperatura, volume
(è
quanto succede ad esempio allo jodio, alla "neve carbonica" o - in un
ambito più "casalingo" - alla canfora ed alla naftalina ecc.).
E il concetto
psicodinamico
non è sostanzialmente diverso: le
variazioni del ritmo biochimico del corpo
(ad es.
l'ipoglicemia) si
traducono - andando dal concreto verso il più "astratto" - in BISOGNI,
in
stimoli, in ISTINTI,
ma anche in stati
d'animo, in modi di
pensare da cui in comportamnti
ed azioni:
l'ipoglicemia biochimica come primo passaggio
diretto
diventa
"fame",
poi "ricerca" o "richiesta" di cibo e poi via via "altro" sempre
più astratto: tristezza, sottomissione, oppure persino idee
mistiche da digiuno.
Ma le astrazioni sublimate
possono tornare
"indietro": se l'ipoglicemia-fame può sublimare in tristezza,
in senso di abbandono, in sottomissione; in modo reversibile e
simmetrico tristezza, abbandono,
sottomissione possono far nascere pseudo-bisogni, innescare dipendenze,
mistificarsi in compensazioni
concrete come un aumentato desiderio di
mangiare o di bere
- compreso alcoolici.
E qui il discorso si ricollega
con l'altro grande settore del "corpo"
il suo settore "affari esteri" cioè tutti gli organi, apparati,
tessuti e funzioni della vita di
relazione: sistema nervoso, sensi
specifici, muscoli, ossa. Rispetto al sistema
viscerale questo insieme appartiene già al primo gradino sulla
via delle
sublimazioni; permettendo di riconoscere il "bisogno" incita a
"fare" qualcosa per placarlo, ma anch'esso produce variazioni
chimiche
che influenzano potentemente il "resto": da una parte tornano
indietro verso
il puro
vegetativo e dall'altra cercano espansiore
verso
l'esterno.
Come in chimica-fisica così in
psicodinamica non vi sono attribuzioni di "valore": il "sublimato"
gassoso non "vale" più della sostanza allo stato solido o
viceversa; ciascun "stato della materia" ha proprie caratteristiche,
proprietà, vantaggi e svantaggi, e si raffredda o si riscalda da
un passaggio all'altro.
- Nel corpo le variazioni biochimiche di un settore disequilibrano il
resto:
- questo disequilibrio si manifesta come mancanza
- il cervello - se la riconosce
- la traduce in bisogno,
- si provoca così a livello percettivo un senso
fisiologico di inquietudine
- che a sua volta provoca
reazioni per difendersene.
- Le reazioni possono
organizzarsi in istinti
- questi manifestarsi in schemi
comportamentali
- alle reazioni immediate il cervello
può sovrapporre reazioni
più adeguate di adattamento
- può in più
predisporre adattamenti
preventivi e
precauzionali
- può
organizzare azioni
deliberate in cui
magari coinvolgere anche
l'ambiente degli altri individui oltre che delle cose
- può
infine indirizzare verso azioni
continuativamente deliberate ed efficaci -
lavorative -
Ma può pure permettersi
azioni non "utili" in se
stesse: pura espansione
verso
l'esterno di energie disponibili:
- come scarica
liberatoria
per allegerire tensioni
"intossicanti"
- ma anche come libero
gioco
di azioni-reazioni-movimenti ben calibrati sinteticamente creativi.
Questa è la catena senza
né soluzioni di
continuità né salti di qualità che va dalla vita
del corpo vegetativo fino al gioco e persino alla scienza ed all'arte.
E questa catena, come i corpi chimici, può
- sia espandersi
verso spazi sempre più vasti che così riceveranno
l'impronta del soggetto (dal semplice "gioco" fino alle "creazioni"
dell'arte),
- sia restringersi,
comprimersi sempre più: fino ad esempio i casi-limite molto
più diffusi di quanto non sembri in cui le
mancanze si
riducono a non
venir neppur più percepite come bisogni: il troppo
affamato non "sa" neppur più di "avere fame".
Ma in entrambi i
casi
con rischio: rischio di perdersi non nella creatività ma in un
raggelato mondo astrattamente fantasmatico, o rischio di concentrare
talmente
tensioni ed energie in qualche organo del corpo da farlo ammalare. Il
caso dell'affamato che non sa più di aver fame e quindi non
"cerca" il cibo è ovvio, ma quante altre sono le mancanze non
percepite come bisogni che portano alla malattia magari
mortale: tipico è il non riconoscimento non solo della mancanza
di riposo, ma della necessità perfin biologica di utilizzare al meglio o
almeno di tenere
in esercizio in qualche modo i grandi sistemi della vita di
relazione, come
minimo di fornir loro vere
distrazioni "ricreative", ritmi diversi, attività
più libere.
E -
assieme ai Buoni Maestri moderni
- una favoletta
di Esopo/Fedro
Un
Ateniese vide Esopo giocare a noci in mezzo a una frotta di ragazzini;
si fermò e lo derise come fosse un demente. Il vecchio,
più adatto al
ruolo di derisore che di deriso, non appena se ne accorse,
allentò un
arco e lo pose in mezzo alla via: Ehi,
disse. Parlo
a te sapientone, spiega il motivo del mio gesto.
Accorre gente. Quello si arrovella a lungo e non capisce il
perchè del
problema proposto. Alla fine si arrende. Allora il saggio,
vittorioso: Rompi
presto l'arco se lo tieni sempre teso, ma se lo tieni allentato, puoi
servirtene quando vuoi. Così, di tanto in tanto , devi lasciare
svagare
lamente, perchè torni a te più pronta quando occorre
pensare.
Da ricordare tanto spesso,
nel buono e nel cattivo tempo.
XIV.
De lusu et severitate
Puerorum in turba quidam
ludentem Atticus
Aesopum nucibus cum vidisset,
restitit,
et quasi delirum risit. Quod
sensit simul
derisor potius quam
deridendus senex,
arcum retensum posuit in
media via:
"Heus" inquit "sapiens,
expedi quid fecerim."
Concurrit populus. Ille se
torquet diu,
nec quaestionis positae
causam intellegit.
Novissime succumbit. Tum
victor sophus:
"Cito rumpes arcum, semper si
tensum habueris;
at si laxaris, cum voles erit
utilis."
Sic lusus animo debent
aliquando dari,
ad cogitandum melior ut
redeat tibi.
|
Rimanendo nell'analogia con la
chimica-fisica e dei coefficenti che
regolano l'equilibrio tra concreti e sublimati occorre:
- sia definire in
cosa consistono i coefficenti psicodinamici, analoghi a temperatura,
volume e pressione,
- sia anche "purificare"
le sostanze da
studiare, in quanto i vari componenti di una miscela si espandono e si
condensano secondo coefficenti diversi e - concreti o espansi che siano
- godono di proprietà diverse e interreagiscono fra di loro
secondo equilibri anch'essi da armonizzare.
Il corpo
Il corpo non è
propriamente
l' Io,
ma
l'Io - l"'io" prima persona singolare: l'io di "io sono", "io
sento",
"io posso", "io ho bisogno" o "io desidero" o "io voglio"; di
"io faccio", "io decido", "io penso", "io immagino" ecc. - questo Io
non
può esistere senza il corpo, e senza il corpo ed i mezzi forniti
da questo non può compiere la sua principale
funzione
che è quella di regolare i collegamenti tra l'omeostasi vitale
propria e il suo collocarsi nell'ambiente
esterno. Con
un
paragone banale si potrebbe dire che l'Io è come il Ministro
degli esteri del corpo - paragonato a una Nazione - o come
l' Ufficio
Amministrativo e Commerciale
del corpo paragonato ad una Azienda. Ma mentre può collegarsi
- o deve rinunciare a
collegarsi - entro i limiti concreti che il corpo - come
entità
fisica concreta e limitata - gli pone, proprio dall' instabilità
interna del corpo stesso viene indotto ad
aprirsi
all'esterno a cercarvi sfoghi, espansioni, arricchimenti.
L'essenza
della vita è infatti l'INSTABILITA'; l'equilibrio interno
è fatto di cambiamenti continui, di adattamenti dinamici, in un
"gioco" continuo e variabile di ritmi interni di espansione e
retrazione, di mancanze e di appagamenti, di consumi e di eliminazioni,
di rinnovamenti e di perdite: i cui rappresentanti più
macroscopici, riconoscibili ed emblematici sono la fame
e l' espulsione,
la sazietà e lo svuotamento.
In altri termini: se il "corpo" fosse un blocco statico, in equilibrio
stabile, come un minerale, potrebbe esistere e mantenersi senza alcun
rapporto se non di vicinanza con l'esterno, od al massimo
potrebbe - come un minerale - accrescersi per
apposizione: non
avrebbe bisogno
di nulla. Ma invece come entità viva è un
dinamico, instabile insieme di complicati e variamente modulati sistemi
in continua costruzione e distruzione, ristrutturazione, acquisizione e
riciclaggio: di qui vengono i continui
bisogni
che lo obbligano a continui scambi con l'ambiente. Mancanze e
appagamenti, eccedenze e rifiuti; distruzioni,
ricostituzioni, ristrutturazioni, riciclaggi, espulsioni, espansioni,
fusioni, distacchi, adeguamenti, assimilazioni, rinnovamenti,
creazioni, ricreazioni, ecc.: ecco schematicamente accennate le
modalità principali attraverso cui ogni corpo VIVENTE entra in
collegamento con l'ambiente che lo circonda.
L'Io non è il corpo ed infatti questi cambiamenti e collegamenti
possono eventualmente avvenire di per sé senza che l'IO "sappia"
di
esistere e se ne senta "soggetto" agente. Ma la
presenza operante dell'Io permette di aggiungere un'altra peculiare
serie di trasformazioni a tutto l'insieme biologico in continua
trasformazione: le mancanze e i mutamenti
diventano
"sensazioni", ma anche le sensazioni hanno una loro
strutturazione
biochimica, non sono solo "idee", da nominarsi in tono per lo
più
spregiativo. E
le sensazioni - attraverso una nuova serie di passaggi
chimici! - possono
diventare stimoli all'azione, sia immediatamente, sia
passando
attraverso passaggi sempre più indiretti e modulati:
- le mancanze diventano bisogni,
- i bisogni diventano ricerca di appagamento
e/o
richiami di aiuto altrui,
- o qualcosa di più evoluto cioè
"desideri" la cui possibilita di appagamento è
molto
più varia, discrezionale, dilazionabile.
- E così pure molti mutamenti interni possono
diventare "stimoli" e quindi "bisogni"= non si dice forse bisogno
per antonomasia per indicare la sensazione che proviene dall'intestino
o dalla vescica pieni, nonché l'escreto
che ne
deriva?
Ma i corpi animali e tanto
più a partire dai vertebrati, hanno
anche una struttura che ne modella la forma
esterna e che sembra
destinata quasi esclusivamente ai collegamenti "volontari" con
l'esterno. Per molte persone è difficile pensare al "corpo"
diversamente da questa struttura: al concetto di corpo si sovrappone
questa "forma" più riconoscibile - come l'anatomia
che si studia nelle Accademie di
Belle Arti - ed anche più
controllabile e rassicurante di quella interna, viscerale e
ingovernabile,
sempre in sconosciuti pericoli, ignorata, "dispettosa" e rifuggita con
emozioni esprimibili nei termini: fa
paura, fa
impressione nascosta e solo
visualizzabile in sede medico-tecnologica. Ma i componenti principali
della struttura visibile sono anch'essi "organi",
hanno
aneh'essi una loro vita fatta di equilibri instabili e di complicati
seambi
e ricambi interni: persino lo scheletro
ehe
parrebbe la struttura più fissa è "vivo",
vivissimo:
è un organo importantissimo nel ricambio
dell'organismo, è esso stesso in continuo ricambio vitale e
quindi dotato di vitali esigenze che si traducono in "bisogni". Dunque
il "corpo" non è quel manichino articolato che molti
vorrebbero per comodità credere; quel manichino al quale un'
ipotetica "volontà" impartisca ordini, abitudini, determini
"comportamenti"; quel manichino di cui si può persino
condizionare la "forma" allo scopo di "far fare bella figura" ad un
ipotetico Io, suo proprietario. E' invece un tutto unico,
ed
interagisce con l'ambiente esterno - che a sua volta non
è fatto soltanto di rapporti interpersonali! - secondo
modalità che partono dall'instabilità interna biologica e
si allargano in spazi sempre più vasti. Ad ogni età
tuttele funzioni si
modificano: anzi ma non "perfino" l'impalcatura ossea stessa - e non
solo la cute e i capelli! - sono fra quelle in continuo intensivo
cambiamento.
Reciprocamente nel gioco continuativo dell'esistere vitale,
sublimazioni e concretezze, strutture anatomo-fisiologiche deputate
alla vita di relazione e visceri si influenzano a vicenda, senza
dimenticare la fase iniziale fondante di ogni
esistenza in cui un
fattore basilare come lo sviluppo materiale interviene a proclamare i
propri materiali bisogni: ecco
perché è così importante ad esempio considerare la
"vita"
dell'osso e non solo la sua funzione di dinamica impalcatura. Tutti
sanno che i muscoli non usati si atrofizzano, rimpiccioliscono ed
invece si sviluppano e crescono con l'uso. Non tutti sanno - o meglio:
non tutti osservano - che anche le ossa si riducono con il non-uso e si
irrobustiseono con l'uso: è questo il perché dei "polsi
sottili" e delle "mani affusolate" e scarne delle "damigelle"
dei
racconti ottocenteschi o reciprocamente delle spalle larghe dei
ginnasti e nuotatori o di chi fa dei lavori pesanti, e dei grossi pugni
dei lavoratori "manuali". Ed anzi a dimostrare ulteriormente che
l'osso è "vivo" e partecipa intimamente alla vita di relazione
del "proprietario" stanno le gambe dei fantini e determinate
peculiarità scheletriche indicative dell'attività
lavorativa praticata. Osso e muscolo dovrebbero procedere
armonicamente di eonserva: un'attività eome quella
sportivo-agonistica - o culturistica - troppo spinta, con
allenamenti troppo intensi può portare a fratture ossee da
"strappo" perché il muscolo è più robusto
dell'osso.
Le vicissitudini dell'apparato locomotore si possono osservare e quindi
conoscre, ma ben raramente anche in campo medico si va oltre nel
ragionamento: se un organo, un tessuto ha una sua "vita" così
ricca, ne consegue che tutte le variazioni di essa si ripercuoteranno
sulla vita di tutto l'organismo; e che questa "vita" manderà
"segnali" al resto del corpo, esprimerà i propri "bisogni", e
anche la ricerca di appagamenti influenzerà il resto.
Nel
corpo esistono infatti altri "organi" deputati al raccordo con l' esterno
dotati di vita intrinseca e fonte
di modificazioni - che si ripercuotono sul tutto - e di bisogni: vi
sono i "sensi" più specializzati per esser deputati agli "affari
esteri", la vista
e l'udito; e quelli maggiormente anche collegati con gli "affari
interni" - tatto, termotatto, olfatto, gusto. Ed esiste anche l'enorme
cervello
programmatore di qualsiasi altro organo e funzione interna e
coordinatore di ogni forma di scambio con l'esterno.
Ossa, muscoli, articolazioni, vista, udito, pelle, cervello pensante e
collegante non
funzionano su ritmi brevi e obbligati come il ricambio,
come l'attività di assunzione e di escrezione: a rigore si
può
sopravvivere in coma, ma per vivere veramente bisogna mantenere in
funzione anche questi apparati. I loro "richiami" non si traducono in
imperiosi bisogni - come ad esempio: il soffocamento, la sete - ma
comunque in malesseri: che nella migliore delle ipotesi si manifestano
come noia.
Ma
neppure si può immaginarne uno scollegamento degli uni dagli
altri: come ossa e muscoli dovrebbero lavorare e mantenersi in un ben
armonizzato livello di sviluppo parallelo, anche i ritmi
brevi e
obbligati della vita viscerale interna influiscono e si
collegano in
aperture e/o blocchi sulla vita di relazione esterna: dal più
intimo dei visceri alle più astratte realizzazioni della mente
tutto dovrebbe procedere in continui passagi, come sistole
e
diastole di un grande metaforico cuore in cui viene a
rappresentarsi
tutto l'organismo nel suo essere-nel-mondo-attivamente. (Nel sito Web
si può aprirne la rappresentazione grafica in animazione.)
Ma cervello, pelle, udito, vista, muscoli, ossa non avendo bioritmi
fissi propri
devono venir alimentati dall'esterno per "funzionare": devono
però comunque venir
alimentati perché la
loro
inerzia
danneggia tutto il corpo. Un primo stadio della
percezione di questa speciale "fame in
sublimazione" è la NOIA;
ma se la noia può giungre a venir accentuata in modo più
o meno scherzoso fino alla "noia mortale", la privazione
sensoriale è una vera
tortura, cioè una situazione destinata a produrre un
vero stato di "malattia", ovviamente "mentale" ma anche veramente
"fisica".
Meglio soli
che male accompagnati...
Affetto
e comprensione? Macché!!! Rotture di scatole, discorsi senza
senso,
consigli non richiesti, umiliazioni, situazioni pesanti e tanto, tanto
NULLA!
Il NULLA tappezzava le pareti di casa, usciva dalle loro
bocche sotto forma di parole sconnesse, il NULLA pranzava e cenava con
noi e sempre alla stessa ora. Il NULLA stava in una carezza mai data,
stava nei loro cuori e nella loro mente. Quando non c'è "nulla"
da
dare, quando manca negli adulti l'esperienza delle emozioni e del
vivere, bhe, allora, davvero, non c'è niente da fare e niente da
dire.
Una costellazione senza
né soluzioni di
continuità né salti di qualità va dalla vita
del corpo vegetativo fino al gioco e persino alla scienza ed all'arte,
e, come i corpi chimici o come l'energia termica, può sia espandersi
verso spazi sempre più vasti che così riceveranno
l'impronta del soggetto, sia restringersi,
comprimersi sempre più: fino ad esempio i casi-limite molto
più diffusi di quanto non sembri in cui le
mancanze si
riducono a non
venir neppur più percepite come bisogni come quando il
troppo
affamato non "sa" neppur più di "avere fame". E in entrambi i
casi
con rischio: rischio di perdersi non nella creatività ma in un
raggelato mondo astrattamente fantasmatico, o rischio di concentrare
talmente
tensioni ed energie in qualche organo del corpo da farlo ammalare. Il
caso dell'affamato che non sa più di aver fame e quindi non
"cerca" il cibo è ovvio, ma quante altre sono le mancanze non
percepite come bisogni che portano alla malattia magari
mortale: tipica è il non riconoscimento non solo della mancanza
di riposo, ma - da non confondere con un fisiologico degrado della
vecchiaia - i danni dovuti alla disattesa necessità perfin
biologica di utilizzare al
meglio o
almeno di tenere
in esercizio in qualche modo i grandi sistemi della vita di
relazione, come
minimo di fornir loro vere
distrazioni "ricreative", ritmi diversi, attività
più libere: soprattutto com-prensibili in quanto capaci di
mettere in
funzione sensorialità CON-CRETE di CON-TATTO. Il termine stesso
"capire", o meglio ancora "com-prendere", benché entrambi
usualmente
dedicati ad attività cognitive, indicano però per prima
via diretta con-creti
con-tenuti: non a caso qui compare questa reiterazione dei
prefissi "con"
tipici del complesso orale il complesso
della vita vegetativa anzi della vitalità
stessa, delle acquisizioni sia concrete - come cibo - che sublimate
come apprendimento.
Ma anche il termine "apprendimento"
che si apparenta a quello di "comprendere"
nell'accezione iniziale non sublimata rimanda in via diretta alle MANI,
uno dei più fondamentali e peculiari complicatissimi e
potentissimi
organi in dotazione all'essere umano. Ma le mani non sono solo organi
effettori di movimento e azione, sono anche parallelamente organi -
potentissimi - di SENSO: quel "tatto"
che dovrebbe essere per il medico uno degli strumenti più
importanti, ma che in generale in senso traslato/sublimato indica la
capacità di interagire con abilità e vantaggio con gli
altri esseri
umani, di accedere con facilità al vasto campo delle relazioni
affettive e sociali. E si arriva anche all'opposto ed esiste e dilaga
anche un'altra via "concreta" di
sbocco di tensioni compresse e incontrollate che si rifà pure
alle
"mani": anche
l'aggettivo MANESCO, un termine che indica insieme corporeo e
relazionale esprime una modalità corporea di gestione, episodica
ed
esplosiva, di emozioni della serie aggressiva ed
un modo brutale e lesivo di rapportarsi ai circostanti.
La "privazione sensoriale" è una forma consapevole e
cosciente
di attuata torura, ma attualmente è enorme la diffusione di
situazioni
in cui bambini e ragazzi si trovano immersi in quel raggelato "NULLA"
citato sopra, in un "nulla" apparentemente "nutrito" da un baluginare
di inafferrbili lucine che scorrono sulla superficie liscia di uno
schermo. Pur senza giungere alle situazioni di consapevolmente indotta tortura
questo
bisogno inespresso di concreta realtà da toccare
- e "toccante" in senso figurato/sublimato significa anche
"emozionante" - in cui muoversi e in cui provare vere,
risonosciute emozioni va a
sfavore del "resto" del corpo, degli "affari
interni" di esso: del corpo viscerale, del corpo come totalità
vivente ed a se stante di cui fanno parte integrante di nuovo anche
gli organi della vita di relazionenel loro carattere però di
"organi" anch'essi biologicamente "interni". La "mente" può
cercar di
sopravvivere al "nulla" magari con l'aiuto della sensorialità
più
evanescente - la VISTA: nel neonato umano attiva fin dalla nascita -
creandosi mondi fantasmatici inafferrabili, ma al prezzo di una perdita
magari definitiva di calda concretezza: il che può star alla
base
eziopatogenetica della schizofrenia. Il corpo viscerale come
sensorialità interne rimane attivo ma può mandar
segnali
esagerati per opporsi ad una "noia mortale", a una costrizione
snaturante e diventare così per la
mente stimolo e bersaglio ipocondriaco
di sensazioni ingigantite e
vissute come "malattie".
Quella resistenza
era
un nucleo informe e compatto una specie di cellula staminale
totipotente che è rimasta
soffocata ma ancora viva e presente. Quel nucleo era il mio stampo, non
più quello imposto, ma quello originale, quello vero, nato dal
caso e
dalla combinazione e che ha dato vita ad un nuovo essere e come tale
diverso da tutto ciò che lo ha preceduto.
Un episodio a proposito della rigidità nel camminare che ha
notato
oggi. Da qualche giorno mi è tornato un dolore muscolare
abbastanza
fastidioso alla schiena, zona lombare sinistra. Mi ha fatto ricordare n
episodio successo il primo o il secondo anno di superiori, allora anche
con febbre, spossatezza che mi costrinse a letto per 15 giorni. Ricordo
che ero preoccupato, fintamente, per la scuola, temevo che la lunga
assenza mi avrebbe causato la bocciatura, mandavo mia madre dai
professori per essere rassicurato sul fatto. Ho pensato [oggi] che
poteva essere il segno di un rifiuto, un rifiuto per "quella"
scuola, per ciò che significava.
Speravo inconsciamente di essere bocciato? Di trovare un modo per
uscirne? Oppure di darmi malato cronico, un malato immaginario e
schiavizzare il "mio carnefice" pronto a tutto per realizzare la sua
creatura secondo il suo stampo. Espediente sciocco che è durato
il
tempo di capire che tanto non mi avrebbero mai bocciato, andavo troppo
bene a scuola e quella finta
malattia sarebbe stata un regalo troppo grande a mia
madre. E‚
cosa c'è di meglio come resistenza che impedire a quello
cresciuto
nello stampo sbagliato di riprodursi? "Fermati! Guarda indietro cosa
sei diventato? Cosa ti hanno fatto diventare!?" ... la vera unione tra
mente e corpo, l'unica unione capace di generare l'unicità del mio essere e in
quanto tale l'unico degno di riprodursi. Voglio dire che
in fondo quella parte della mia famiglia è realmente come se
fosse
sterile, perché genera
ma non permette lo sviluppo e anche dal solo punto di
vista antropologico tutto ciò non porta che all'estinzione:
un ramo secco da cui non nascerà mai nulla. E‚ questo quello che
mi ha
sempre reso così distante dai miei genitori, non volevo, non voglio essere un RAMO
SECCO.
Età diverse
 
Corpo e emozioni,
corpo
e bisogni,
affetti
e relazioni
ecc.
non
sono idee platoniche assolute e soprattutto i corpi delle età
dello sviluppo hanno caratterisiche loro proprie fase per
fase:
e neppure lo stadio adulto a sua volta è statico e
definitivo. Ma anche il funzionamento quotidiano, anche i ritmi brevi
banali di un
corpo qualsiasi sono vari, e impegnano energie, scambi, modalità
di rapporto di volta in volta differenziati e discontinui: non sono
certo uguali le modalità che regolano le mancanze e gli
appagamenti, che organizzano le eccedenze e i rifiuti, le distruzioni
ele ristrutturazioni, i riciclaggi e le espulsioni, o quelle che
sovraintendono alle espansioni, agli adeguamenti, alle assimilazioni,
ai rinnovamenti, alle sintesi. Naturalmente,
nel corso di ogni giornata anche nel corpo di un lattante - e di un
feto - si susseguono e si ingranano fra di loro queste
modalità e questi processi vitali; ma durante lo sviluppo accade
qualcosa di più: nel corso di determinate età ciascuna di
queste modalità viene assunta come emblematica di tutto il modo
di essere, diviene una "forma mentis" un prevalente sistema di
relazione con l'ambiente: sono poi questi i famosi - e mistificati - complessi.
Ogni sviluppo della personalìtà individuale e
dell'intenzione tra individuo e ambiente - anche in senso fisico e non
solo relazionale - come tra individuo e rapporti affettivi e sociali;
ogni
conquista di nuovi aspetti della realtà interna e esterna deve
avvenire cioè attraverso queste ben definite e discontinue tappe
evolutive. Ma non si tratta solo di "mondo esterno": ogni tappa dello
sviluppo ha una sua rappresentazione-materializzazione di volta in
volta in ben definiti organi e funzioni corporee; la
discontinuità sta nella separazione tra complesso e complesso:
nell'ambito di ciascuno di essi si realizza invece la continuità equilibrata e
capace di
riequilibrarsi tra corporeo e"sublimati", e tanto più
armonicamente quanto più la fase infantile lo ha permesso,
perché è stata ben "s-viluppata".
Letteralmente infatti complesso
significa com-plicato, com-posto da
parecchi elementi. E complesso è appunto l'insieme - e forse
meglio che il termine "complesso" renderebbe l'idea il termine
matematico di insieme
- formato dalla Natura stessa in modo
organizzato e tipico da: squilibri biochimici e funzionali, loro
traduzione in bisogni, in sensazioni, in reazioni, in stati d'animo,
in affetti, in relazioni umane e rapporti con le cose, tipo di
aggressività e di interessi, modalità di adattamento, di
espressione, possibilità di comprensione ecc. Come
per le materie di studio - anch'esse discontinue e da studiare
secondo la loro logica interna e non ad esempio per ordine alfabetico -
la caratteristica peculiare di questi complessi è quella di
costituire i sistemi che permettono all'individuo di prendere
contemporaneamente coscienza differenziata di sé, coscienza dei
rapporti che lo legano al mondo esterno e coscienza - "com-prensione" -
dei vari aspetti del mondo esterno stesso. I
complessi
psicologici si differenziano però dalle astratte materie di
studio oltre che per la loro ampiezza perché hanno una loro base
ben precisa nel corpo, ciascuno in una parte specifica del
corpo
e precisamente di volta in volta in uno di quegli organi che segnano il
confine
tra interno e esterno e che anzi servono proprio a mettere
in
comunicazione l'interno - cioè il mondo interno in continua
variazione: il mondo interno degli squilibri e dei bisogni - con
l'esterno: delle persone e delle cose, deIle attività, degli
affetti, dei rapporti e dei legami, dei fatti e della conoscenza
e delle trasformazioni che
l'individuo induce fra quanto lo circonda. L'essere umano
comunque non ha solo un'infanzia inetta e molto
prolungata, cioè una prolungata dipendenza dall'ambiente umano
che lo circonda; in ogni età della vita tende a farsi
parte
integrante di una società interpersonale e di una "cultura".
E queste società e culture esercitano su ciascuno una
fortissima"pressione", possono "entrargli dentro", venir a far parte
della sua organizzazione
psico-somatica interna come "linguaggio
implicito", come sistema di affetti, come
modalità prevalente di rapporti, come modello interpretativo
della realtà, ed organizzativo delle conoscenze e delle azioni e
persino di determinati aspetti somatici se non somao-viscrali. Ogni
tipo di cultura tende a privilegiare uno o l'altro tipo di modo di
essere e di agire, uno o l'altro tipo di "complesso", per cui
un'integrazione "ideale", un adattamento
totalmente "riuscito" al proprio piccolo mondo umano significa anche
una grossa
negazione, perché la modalità
prevalente può divenire tale soltanto soffocando la
manifestazione delle altre. Ognuno dei grandi complessi ha
cioè
una
sua materializzazione in determinatc zone e funzioni del corpo? Ma
aprendo ciascuna un campo troppo vasto: ogni settorializzazione
culturale tende a predominarvi e a provocare nel
corpo stesso determinati specifici squilibri e vere malattie: infatti
se è vero
che la "civiltà" moderna può favorire
determinate malattie psicosomatiche, anche le civiltà
più "semplici" non sono certo da meno, e neppure gli animali ne
sono immuni: "noi civilizzati" possiamo morire d' infarto
da
eccessive richieste ambientali, "loro: i semplici" - animali compresi -
muoiono di tabù
o di disperazione
e nostalgia.
Durante lo sviluppo, se le
circostanze esterne e i
comportamenti adulti non vi si oppongono o disturbano, i rapporti
interumani sistematicamente intrecciati con le zone corporee attivate evolvono,
e maturano
per diventare poi pienamente di sponibili verso una forma
di
esistenza piena e completa secondo un loro preciso calendario interno,
sistematico secondo una
visuale a largo raggio, capriccioso secondo una visione esteriore e
non
partecipe. All'esterno durante tutto lo sviluppo si alternano fasi
e modalità differenti se non antitetiche di ricerca
nell'ambiente circostante di quei
determinati
strumenti per
esprimere il proprio modo di essere del momento "usando"
le varie persone come "attori" significativi da far
"recitare"
nella scena della propria vita; all'interno di se stessi per un
processo puramente fisico, nel corso dello sviluppo infantile
spontaneamente
determinati organi e
funzioni del corpo divengono protagonisti: la loro
rappresentazione psichica si sovraccarica di emotività, e le
sensazioni che da essi provengono diventano privilegiate
e
quindi capaci di scatenare tanto burrasche neurovegetative - ed anche
di
più: veri danni fisici - quanto di attirare, condensare e
intensificare focalizzandole tutte le energie disponibili.
La retorica astratta, le proprie nostalgie e rimpianti, il
proprio - attuale, adulto - modo di vivere, le proprie insofferenze e
comodità hanno fatto scorrere fiumi di parole a proposito dei bambini,
delle loro necessità, del "come" impostare un
allevamento "ideale". Fiumi di retorica non
sempre
disinteressata sono corsi a proposito delle esigenze "affettive" del
bambino - per "bambino" intendendo tanto il neonato quanto il
sedicenne! - e del suo bisogno di mamma,
delle
sue
esigenze di "gioco"
e di permissività; o di applicazione, di "socializzazione", di
apprendimento. Si è preteso annullare in lui certe tendenze - !
-
soltanto con il modificargli i giocattoli; si è preteso sia
trasformare lui stesso in un eterno buffo giocattolo, sia esigere
da lui al più presto intensive - e unilaterali - prestazioni
lavorative. Nessuno afferma di "odiarlo", ma nessuno di questi retori
si riferisce ad un essere concreto, in quanto l'essenza
specifica del "bambino" è la variabilità, la
trasformazione, la preparazione varia e globale ad una vita varia e
globale. Esiste in chiunque il complesso
anale
con le sue
pressioni aggressive, distruttività, energia da espellere?
Esistono anche
l'aggressione-fuga e le sue varie modalità di
realizzazione, trasformazione, ridirezione; ed esistono età e
momenti
della vita di ognuno in cui queste realtà prevalgono.
Tipicamente
queste forze sono quelle che presiedono alla lotta per l'esistenza, e
non solo alla lotta esterna ma anche alle tensioni interne che, se mal
regolate, potranno diventare malattie. Sono le forze che nella
vita
adulta diventeranno "lavoro", ma che in ogni età possono
manifestarsi
anche in giochi "seri", ripetitivi, in cui si va proprio a
cercarsi le
difficoltà contro cui cimentarsi, in cui apposta ci si limita
con
"regole", con impedimenti. Spesso può essere più
importante per
l'organismo esercitarsi o
"purgarsi"- come la pubblicità di un lassativo che
prometteva di regolare
le
'funzioni' dell'organismo - o al contrario aumentare il
potenziale innescando contraddizioni, e cercare di
indirizzarle, più che scaricare tensioni esercitarsi a
controllarle...
Sembra
paradossale,
ma quanti adulti trovano estremamente "riposante" - "ri-creante" -
cimentarsi con attività di questo genere: dai cruciverba, alle
carte,
agli scacchi, ai "gialli", al veliero nella bottiglia? E quanti
scolari a scuola - e quindi già sottoposti ad attività di
questa
categoria - fanno furiose gare di parole crociate, di battaglia navale
ecc., trafficano con figurine, birille ecc.?
Se ognuno cioè vuol giungere a
possedere e dominare nella sua maturità - o meglio: ne ha il
permesso -
il massimo possibile del
suo patrimonio interiore, o più modestamente ad assicurare
al
proprio corpo un funzionamento non sbilanciato, deve poter
percorrere durante l'infanzia la sua lunga e sembrerebbe illogica
strada fatta com'è di un susseguirsi di varie percezioni
e fantasie, di mutevoli concezioni e azioni. Così gli istinti
prevalenti in quel dato momento possono via via con la necessaria
gradualità e completezza ridimensionare la realtà interna
ed esterna: ciascuno dei suoi aspetti potrà così venir
vissuto con la massima intensità, e con più profonda
partecipazione personale e trasformato più proficuamente in
bagaglio di esperienze veramente tali, non solo veramente "vissute" ma
anche veramente "utilizzabili" a proprio vantaggio di arricchimento e
difesa, di concettualizzazione e quindi di espressione condivisibile.
Il bambino nel percorrere le
sue fasi dovrebbe riuscire a risolvere l' Enigma della
Sfinge
- qual'è
quell'animale che cambia sempre, che da "quattro gambe passa a due e
poi a tre"? - e riuscire a "sciogliere" interiormente, a
"capire"
- cioè letteralmente a prender
dentro - i complessi
che
sta attraversando: senza però cancellare alcuno dei loro
componenti, senza trascurare alcuno dei loro aspetti e soprattutto,
senza coartarvi o disperdervi la propria individualità per non alienarsi né
dal
mondo né da sé anzi per poter
disporre di
tutte le cariche di energia
in essi implicate in modo ottimale nella propria evoluzione umana anche
per raggiungere nel miglior modo la fase senile delle tre gambe.
Il
bambino
è fatto di cento.
Il bambino ha
cento lingue
cento mani
cento pensieri
cento modi di pensare
di giocare e di parlare
cento sempre cento
modi di ascoltare
di stupire di amare
cento allegrie
per cantare e capire
cento mondi
da scoprire
cento mondi
da inventare
cento mondi
da sognare.
Il bambino ha
cento lingue
(e poi cento cento cento)
ma gliene
rubano novantanove.
La
scuola e la cultura
gli
separano la testa dal corpo.
|
Gli
dicono:
di
pensare senza mani
di
fare senza testa
di
ascoltare e di non parlare
di
capire senza allegrie
di
amare e di stupirsi
solo a Pasqua e
a Natale.
Gli
dicono:
di
scoprire il mondo che già c'è
e di
cento
gliene rubano novantanove.
Gli
dicono:
che
il gioco e il lavoro
la
realtà e la fantasia
la
scienza e l'immaginazione
il
cielo e la terra
la
ragione e il sogno
sono
cose
che
non stanno insieme.
Gli
dicono insomma
che
il cento non c'è.
Il
bambino
dice:
invece il cento c'è.
Loris
Malaguzzi
|
Purtroppo quindi non esiste solo la retorica culturale teorica: il
bambino è veramente "in mano"
agli adulti e questi possono in
ogni momento a loro imperscrutabile arbitrio
- condizionargli la presenza
e la qualità degli stimoli ambientali;
- interferire nelle
sensazioni
fisiche e persino determinarle;
- permettere o negare;
- appagare in modo
proporzionato o
in modo eccessivamente
stimolante,
- oppure negare
le"richieste" - e
i veri bisogni - fino a trasformarli in "dolore",
- possono organizzare
le sue
"fantasie" aiutandolo a
concretizzarle in giochi,
- o al contrario
persino
intromettersi pesantemente- e
talvolta sadicamente - nelle "sue" funzioni fisiche.
E sopratuto non si può
sperare
con mezzi semplicistici in una palingenesi
tardiva: come non si può salire al volo su un veicolo in corsa,
nell'allevamento ottimale del bambino il vero carattere
non
può venir cambiato né le preferenze possono venir
imposte. E così nulla può venir veramente "recuperato"
solo
dall'esterno. Ogni esigenza
disattesa al momento in cui si presenta non può venir poi
assecondata in ritardo: ne verrebbero alterate entrambe le fasi, sia
quella precedente non saziata, sia quella successiva in cui viene a
cadere come una pesante interferenza il tentativo di assecondare la
precedente. Solo il bambino stesso, da piccolo o poi da adulto
può a suo modo e suo ritmo tentarne il recupero: per fare un
paragone banale è
come se un viaggiatore che, dopo aver "perso" il proprio treno, salisse
sul primo che passa, senza aspettare che
transiti di nuovo un treno che lo porterà a
destinazione. Solo il bambino stesso potrà "giocare" a suo modo
la fase saltata o malvissuta, eventualmente facendosi aiutare
dagli adulti disponibili nel momento da lui prescelto,
mai però seguendo "loro" in arbitrari schemi di "recupero", di
"terapia".
Il bambino - l'essere in via di sviluppo - di per sé
è privo o carente di strumenti adeguati per canalizzare
responsabilità, di mezzi autonomi di espressione e di espansione
del suo enorme capitale di energie interiori. E se già fin da
neonato - se non prima!
- può udire e vedere, questo non significa
che quello che ascolta o vede- cioè quello che colpisce le
sue
orecchie oi suoi occhi - possa fin dall'inizio venir da lui
capito e
neanche riconosciuto o localizzato. Soltanto quando riuscirà a
collegare sensazioni tattili e ripetizioni attive con sensazioni
uditivo-visive, a poco a poco, con prove e riprove, con l'aiuto
determinante altrui e con
"giochi"
più o meno autonomi
potrà orientarsi nell'ambiente, "collocarvi" se stesso, e
"capire" di essere un "se stesso".
Purtoppo però - e ben a
scapito delle nuove generazioni in
formazione
- condizioni di disarmonia sono molto generalizzate: la maggior parte
degli
adulti infatti sono incapaci o impossibilitati e soprattutto a loro
volta non preparati a bilanciare la grande
quantità di calore
affettivo
necessaria in una casa ove vi siano
bambini con le pressioni
ambientali e personali connesse al lavoro ed
all'espansione
delle proprie potenzialità evolutive in ogni campo anche nella
sessualità c nei divertimenti.
I
"coefficenti" delle sublimazioni
Le sublimazioni chimico-fisiche
obbediscono a coefficenti di temperatura, pressione, volume;
nel caso delle sublimazioni
psichiche questi termini possono venir usati per definire
sinteticamente concetti in fondo analoghi:
- la TEMPERATURA sta per calore
affettivo
e per
benessere fisico;
- la PRESSIONE sta per quello
che si indica
come pressione
ambientale: richieste - o pretese - altrui, orari, doveri,
modalità di rapporto o comunque di interrelazione con "gli
altri" e quindi - di momento in momento - con la fase, lo stato
d'animo, le esigenze di ciascuno degli "altri"; ma anche con
le
esigenze del proprio corpo, con le tensioni interiori, con i conflitti
tra tensione
e tensione ecc.;
- il VOLUME è lo spazio
in cui
letteralmente
potersi muovere, ed anche lo spazio metaforico del tempo a
disposizione, degli oggetti da usare, delle abilità
canalizzate ed
e-ducate - ex-ducere
letteralmente dal latiro = trarre fuori
- ,
delle
possibilità di scegliere strumenti adeguati, oggetti su cui
esercitarsi a fini stimolanti, mezzi espressivi attivati e resi
così spontanei, facili e pienamente disponibili.

Tornando al concetto di
"complessi", per ciascuno dei complessi
principali l'importanza di questi coefficenti sarà diversa: per
permettere adeguate sublimazioni ben maggiore dovrà essere la temperatura
nel
caso del complesso delle mancanze e degli
appagamenti, dell'assumere, dell'assorbire- complesso orale
- e
soprattutto nel caso
dell'età improntata a questo complesso, cioè l'età
del primo
anno di vita.
Quando invece prevale il complesso anale - delle eccedenze e dei
rifiuti,
delle distruzioni, ristrutturazioni, riciclaggi, espulsioni - e nelle
età più "anali": l'età
del "no!" dei due anni, l'età della scuola elementare,
l'età della vita lavorativa adulta, ecc. ogni
aumento di pressione
produce sofferenza,
ogni impossibilità di
scaricarla comprime l'energia e incrementa l'aggressività
esterna e i
conflitti
interiori - emotivi: tipo ad esempio"senso di colpa" o comunque
paralizzanti "dubbi" - o coprorei - tipo: coliche.
Il complesso genitale nei suoi due aspetti "yin"
e "yang" - Edipo
e castrazione
- richiede comunque maggiori spazi:
per
espandersi, adeguarsi, assimilare,
rinnovarsi, inventare, scoprire, creare: nelle
età più "genitali" la fantasia e il sentimento
fanno
da padroni ma vanno alimentati e non scoraggiati e non solo nel campo
interiore: non per niente a quattro o a quattordici anni si
starebbe "fuori" tutto il giorno, a tredici sono
tanto
frequenti le "fughe", dai quindici ai venti-venticinque si viaggia
volentieri e si considera "noioso" tutto quel che
non è stimolante. Ma vale anche l'inverso: chi si trova in
età - o comunque in
fase - "orale" spande "calore" intorno a sé; chi si trova in
età o fase "anale" esercita una notevole "pressione" su
chi gli sta troppo intorno e sulle "cose" che usa; e chi s trova in
fase "genitale" tende a trascinare gli altri, a renderli partecipi -
volenti o frastornati - nei
suoi allargamenti.
In altri termini, dal lato pratico e in generale: a tutti soprattutto
poi quando si è piccoli, cioè impegnati anche a
svilupparsi e a porre
le basi di tutta la vita futura
sono necessari:
- una alimentazione adeguata, un benessere fisico di
base, serenità ambientale, calore affettivo, benevola
accettazione, approvazioni e riconoscimenti;
- una pressione ambientale
che non interferisca con le "pressioni" interne ed anzi le canalizzi;
- "spazi" ove espandere l'espressione di sé.
Ma questi fattori
sono strettamente correlati, e come in fisica gli aumenti di temperatura
richiedono aumenti di spazio
per l'aumento delle pressioni
interne: ecco il perché delle cosidette "coliche
dei tre
mesi"
dei bambini sani e ... felici dovute proprio alla noia,
alla
deludente condizione di non poter
fare esperienze più ricche, di non riuscire a muoversi a
piacimento, di non essere caapaci di "comandare" il proprio corpo, di
aver
già voglia
di fare ma di non "poterlo" ancora. Ecco il
perché queste cosi dette coliche spesso "guariscono" quando si
porta il bambino a spasso, quando può assistere ai giochi
di altri bambini, quando il succhiare a vuoto o l'esser dondolato
gli allentano la tensione interna e sciogliendola favoriscono il modo
di "adoperare" gambe
e braccia. Ed ecco invece proprio un settore in cui la pressione degli
adulti diventa patogena, in cuisi manifesta biecamente il
"vizio" generale di medicalizzare l'esistenza, di considerare
"patologia" quanto invec esce appena da schemi statici prefissati: non
sono "coliche" nel senso di "malattie", anche se in
questo
stato di tensione rabbiosa l'intestino del bambino vi
partecipa emettendo gas, qualche volta anche scariche
diarroiche con il bambino ptotagonista che partecipa emotivamente a
questi
subbugli "intestini", alternativamente e/o
contemporaneamente compiaciuto, infuriato, spaventato. E com'è
bello invece dopo tre mesi trovarsi padroni dello spazio dato dalle
proprie mani, dal biascicare intenzionale, dai giochini con le gambe,
dalle nuove prospettive offerte dalla testa eretta e dai volontari
cambiamenti di posizione di tutto il tronco.
Ad ogni età
comunque sono mescolati i concetti di cibo-calore affettivo-rapporti
teneri: ad ogni età si fa indigestione - o ne risente il
"ricambio" quando manchino le possibilità di smaltirli e
di
alteernare i propri "complessi". E
viceversá senza corrispettivo aumento di
"calore", aumenti di "spazio" "raffreddano", disorientáno,
portano a cercare
nell'ipersesualizzazione dei rapporti, delle esperienze, dei
gesti una compensazione "riscaldante"; mentre quando la pressione
aumenta sono le energie aggressivo-espulsive ad essere
incentivate: nel caso migliore la propria pressione interna stimola a
trovare ostacoli contro cui esercitarsi e incentivi a proseguire nelle
azioni intrapresecome i cibi poco raffinati contrastano ]a
stitichezza, e nei casi peggiori giungono a trasformare la biologica
dotazione di aggressità nelle energie fredde distruttive dell' istinto - o meglio:
"impulso" -di
morte (in tedesco Todestrieb).
Ma non eiste soltanto la medicalizzazione "abusante", esistono davvero
i cedimenti strutturali dei corpi fisici e le malattie vere e proprie;
ed anche per condizioni non fisiche ma psico-ambientali chiunque
in condizioni di pressione ambientale intollerabile, senza
corrispettivi affettivi sufficienti, senza prospettive proprie di
azione direzionata, e senza sbocchi espansivi, può arrivare al
massimo del danneggiamento del corpo. Ed esistono "malattie" anche
mortali coinvogenti insieme corpi fisici e non-fisici come suicidio
cosciente e attivo,
e attiva o quasi ricerca di incidenti, fino a giungere persino al
massimo del ritorno delle sublimazioni verso
il concreto: la morte per inedia, la depressione
anaclitica, il
"marasma" depressivo quando le mancanze non vengono più
percepite come bisogni, quando tutto diventa nullo, indifferente,
vuoto. E così possono arrivare al massimo della
distruttività fine a se stessa le pressioni interne non
canalizzate, siano o siano state accompagnate da insufficiente
calore affettivo: distruttività verso se stessi - malattie,
incidenti, spavalderia caotica - o verso gli "altri", non
vissuti
come tali ma solo come "discariche" di "un di più" di cui
disfarsi: ad es. i "delitti gratuiti" dei ragazzi "bene"
annoiati.
Anche un eccesso
fuori tempo di stimolazioni affettive può diventare
disorganizzante per il soggetto che si trovi o stia entrando in una
fase di attivita direzionata o di espansione creativa: ci si
trova in conflitto interiore, ci si trova "messi in colpa" per la
propria aggressività trasformata in errori; invece che
espandersi in
efficenza o in intraprendenza si collassa su se stessia in paura, in
ansietà, in pre-oceupazioni, cioè letteralmente
in
"occupazioni che vengono prima", che in fondo riballtano il loro
contenuto aggressivo contro i circostanti di cui si crede invece di
voler provvedere: nei bambini, ragazzi e non solo l'inquietudine
inespressasi manifesta fastidiosamentein quell'agitazione
psico-motoria di cui si parla nel file/capitolo Basta un poco di zucchero e la
pillola va
giù... , ma
in chi crede di accudire
invece con particolare sollecitudine diventa causa - contro
gli "accuditi" - di "discuria/ipercura"
- Questa è la condizione
dei bambini che vomitano
prima di andare a scuola;
- dei bamhini che non sono "capaci
di
giocare"
- dei bamhini che si fanno
sempre male;
- dei bambini delicatini,
stizzosi, lamentosi e
permalosi;
- dei bambini oppressi da madri
pseudo-tenere ma in
sostanza
egoisticamente possessive
- e/o ansiosamente aggressive;
- dei bambini accuditi da persone anziane molto
bisognose a
loro volta di calore e scarse di energia
"Bontà"
e "cattiveria"
Una mail molto
bella
descrive in
modo eccezionale la vera essenza del complesso
orale, o se si vuole dell'archetipo della Grande
Madre: cioè i principi basilari
sia - ma non solo - della VITA e
della MORTE ma anche
della
"bontà"
e della "cattiveria"
La mia
madeleine?
Più
che un
sapore, un rumore? I rumori che sentivo quando ancora
ero in grembo, quella stessa sensazione che venne fuori a teatro e
prima ancora durante quelle tavolate nel cortile di mia nonna. Ero
felice allora? Direi di sì, mi sembrava di essere immortale o
meglio che la morte non esistesse, mi sentivo cullato in una nuvola di
affetto collettivo, non diretto a me in particolare ma qualcosa che era
lì a disposizione di tutti e quindi disponibile anche per me.
Come una fontana senza fine a cui tutti possono attingere liberamente
senza paura che interrompa il suo flusso e lasci qualcuno a bocca
asciutta. Ed era come se fossimo tutti insieme ma nello stesso tempo
come se ognuno non badasse alla presenza dell'altro, non c'era da
battagliare, non c'era di che aver paura perché quella "cosa"
era lì presente, inesauribile. E io mi ricordo con la testa
appoggiata al tavolo, magari un pò stanco, ma nessuno a
chiedermi conto di qualcosa e io ero
immensamente
felice, quasi incredulo e mi sarei
potuto
addormentare sicuro che niente mi sarebbe accaduto,
addormentere in quella nuvola soffice, protetto e sicuro. E del resto
del mondo cosa mi importava.
E
poi ricordo
ancora mia zia, scendere i pochi gradini che dividevano
la casa dal cortile. Ognuno, in quelle domeniche, portava qualche cosa
da mangiare, in genere quello che gli veniva meglio e poi si metteva
tutto in tavola. Me la ricordo scendere con la torta in mano, ne faceva
una buonissima con le albicocche, le mandorle e una crema zuccherata
che non ho più mangiato, la portava verso la tavola come una
reliquia e sorrideva, felice di offrila, senza sapere allora che solo
pochi anni dopo sarebbe morta. E non lo sapevo io come non lo sapeva
nessun altro. E quanti commensali di quel tempo non ci sono più,
ma della loro assenza non mi dolgo più di tanto, in fondo erano
lì come me ad assaporare qualcosa che forse non avevano mai
provato nella loro infanzia, ma di mia zia sì, perché
dopo di lei è sparito tutto, è morto tutto, quella nuvola
si è dileguata lasciando il vuoto e la disperazione in me e
ognuno di nuovo
per
conto proprio
ma ognuno ancora affamato, perché quella fame
antica sembrava insaziabile ed era un pò come se ognuno ne
avesse ereditato a sua volta da chissà quante generazioni. E
allora spiegata la cattiveria, il voler prevericare l'altro,
l'avidità di affetti ed era come se mia zia placasse tutto
questo come se tutti a quel tavolo non cercassero altro che quello,
lei
quella fame sembrava non averla, lei era quella fonte inesausibile e
chissà quale strano scherzo del destino l'aveva fatta
così diversa da tutti, in lei e solo in lei ho visto cosa voleva
dire l'amore di una madre per i figli e quanto avrei voluto che mi
prendesse con lei.
Il
giorno in cui
morì mio zio, ... c'erano tutti quelli
delle tavolate quel giorno e qualcuno sembrava più arrabbiato di
altri perché era come se la disperazione per quella perdita non
fosse per la morte di una persona ma perché con lei moriva
quella fonte che sembrava inesauribile e allora era come se quella fame
atavica di cui parlavo tornasse a prendere il sopravvento. Come se
ognuno avesse dentro di sè una specie di uomo primitivo, con i
denti aguzzi assetato di sangue e pronto ad ogni cosa per salvarsi e
sopravvivere.
I
quarant'anni di
mia zia sono stati pochi per lei, ... ma quanto è stata
importante per
me? Come
diceva una vecchia canzone: come un angelo caduto dal cielo.
E in un'altra mail
intitolata "Fuori
dalla pancia tante belle novità" si descrive di prima
mano
un recupero enorme
dei valori del vero complesso orale:
La vita è
bella ! Certo, manca il lavoro , ma sono abbastanza fiduciosa.
Oggi
ho percorso strade note e arcinote, eppure parevano nuove … le
guardavo come se non le avessi mai viste, facevo fatica a riconoscerle.
Devo dire che ultimamente faccio fatica a riconoscere me stessa,
figuriamoci il resto! Mi sento come un piccolo moscerino in uno spazio
immenso, tanto spazio, dato anche le dimensioni dell’animaletto. Come
fossi ubriaca e felice allo stesso tempo, mi muovo barcollante
perché
non usa a tale libertà. Respiro aria di continua novità
senza ansie o
riflessioni che mi impedirebbero di agire, semplicemente agisco in
armonia con il mondo. Sensazione per altro già provata, quindi
so di
cosa sto parlando. Prendo atto finalmente di non avere una
famiglia
alle spalle, di avere avuto due genitori fuori di testa e dei fratelli
su cui non posso contare e degli zii alquanto discutibili …
La
vicina e la sua pasta fatta in casa, il
cortile dove giocavo con le mie coetanee e non, i piccoli di merlo
salvati da morte certa, chiusi in una scatola e nascosti sotto il
letto, quando mia nonna gli ha scoperti è successo il finimondo,
fortuna mia è intervenuto mio padre in difesa dei piccoli mal
capitati
… interventi tempestivi accaduti anche dopo. … Abbiamo [io e mia madre]
sempre
avuto un rapporto non rapporto. Credo di averle voluto bene all’inizio,
nel periodo dell’allattamento, ci sapeva fare perché era molto
istintiva, ma nello svezzamento si è persa. Si era comportata
così
anche con D., arrivata ad un certo punto aveva perso interesse per lei
ed io in qualche modo sono subentrata. D. ricorda molto bene quando la
prendevo in braccio e le cantavo le canzoni, me le faceva
cantare all’infinito, non si stufava mai. Ricordo la
mano calda di
mia madre e la sua presa sicura. Lei c’era senza opprimermi. In fondo
per un po’ mi è andata bene. Credo che mi avesse dato attraverso
l’allattamento tutto ciò che aveva da offrire. Eppure quel latte
lo
ricordo! Era dolce e caldo. Mi piaceva, mentre ciucciavo, appoggiare
la manina sul seno … era così morbido e avvolgente … Mia mamma
aveva un
seno enorme durante l’allattamento. Aveva latte a volontà e me
lo dava
quando piaceva a me! Lei mi aveva
raccontato che durante i nove
mesi della mia gestazione non aveva avuto problemi e le era capitato
spesso di ritrovarsi di buon umore. A suo dire ( ? ), quando sono nata
sorridevo.Credo
che a mia madre piacesse avere il
pancione.
- Ah.
Anche tu sei stitico?
chiede nell'ultima vignetta Enrico la
talpa...
Un concetto molto serio e concettuale come la
serie
dei passaggi dal concreto
al sublimato e dal
sublimato al
concreto
può cioè anche prestarsi a venir spiegato in modo
scherzoso e
intuitivo. Infatti il lavoro
come
attività
e rapporti sociali e la ... psicosomatica e somatopsichica delle
funzioni
escretorie - ed ogni manifestazione emotiva e
relazionale a
loro inerente - appartengono al "complesso anale": nella loro omogeneità
nella differenza si attuano in un ambito unitario
pur nelle
variazioni
di ampiezza e nelle evoluzioni delle loro entità e
realizzazioni.
Comunque delle caratteristiche tipiche di questo complesso fa anche
parte
l' umorismo:
in molti modi quindi ci
si può anche divertire e... istruire utilizzando allo scopo le
vignette
di Lupo
Alberto.

- Questo straordinario
personaggio di Silver
è nato nel 1974. Queste vignette - della serie presente
nell'edizione
originale 1994 - si trovano ora nel volume 47 dei Classici
del fumetto di Repubblica
a pagina 167 - .
Per
leggere meglio le parole si possono allargare
le figure cliccandovi sopra. -
Ma partendo da
simili basi
si vanno a toccare punti nevralgici tali da
produrre resistenze anche accanite; per cui questi argomenti e le
pagine relative debbono affiancarsi ai file/capitoli particolarmente
dedicati alle controversie:
Imbroglio
è il contrario di sviluppo il cui titolo stesso
rispecchia il
fatto che sviluppo sia quell'azione che
- nel Dizionario
dei Sinonimi e contrari
di Niccolò Tommaseo si
trova
sotto il lemma di contrario
di Imbroglio
- da
affiancarsi a quello solo in inglese - TOTEM
AND TABOO REVISITED: awful and fertile rise of new supersttions
-
già
pubblicato in un altro libro -
cap.
26 - It's Abuse NOT Science
fiction / Gli Abusi mentali, fisici e tecnologici NON sono Fantascienza.
E, dato che le controversie rischiano sempre più di travalicare
in
interpretazioni fasulle, purtroppo è stato necessario aggiunge
un
file/capitolo bilingue - Opinioni, fatti, accuse
/ Opinion, fact. complaint -
dedicato
unicamente a dirimere malintesi e
ambiguità. Riassumendo:
se i file/capitoli
introduttivi devono venir considerati come impostazione e inizio per
fornire a tutto il lavoro le sue le essenziali basi di
significatività, e se essi
devono venir seguiti e concretizzati da files/capitoli in cui si
evidenzi il percorso teorico personale dell'autore, queste
presentazioni generiche vanno supportate da
una serie di principi e scopi in cui siano energicamente
sottolineati i concetti prioritari di:
- "quarta
dimension"
dell'esistenza umana
- a
partire dall'infanzia
e
dai suoi passaggi obbligati di sviluppo
- a
seguire dall'ininterrotta
presenza della memoria - sia conscia e fonte di
significativa
"esperienza", sia rimossa, inconscia e spesso causa di danni
- e,
da un altro punto
di vista in un secondo più
aperto filone
di conoscenza, da ogni tipo di inter-azione
tra corpi viventi - verso il e derivante dal - mondo esterno:
in
altri termini il
concetto di PSICOSOMATICA
non solo come "medicina" ma anche in genere come "scienza".
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