Il corpo non è propriamente
l'
Io, ma
l'Io (l"'io" prima persona singolare: l'io di "io sono", "io sento",
"io posso", "io ho bisogno" o "io desidero" o "io voglio"; di
"io faccio", "io decido", "io penso", "io immagino" ecc.), questo
Io non
può esistere senza il corpo, e senza il corpo ed i mezzi forniti
da questo non può compiere la sua
principale funzione
che è quella di regolare i collegamenti tra l'omeostasi vitale
propria e il suo collocarsi nell'ambiente esterno. Con un
paragone banale si potrebbe dire che l'Io è come il
Ministro degli esteri del corpo (paragonato a una Nazione) o come
l'Ufficio Amministrativo e Commerciale del corpo paragonato ad una
Industria. Ma mentre può collegarsi (o deve rinunciare a
collegarsi) entro i limiti concreti che il corpo (come entità
fisica concreta e limitata) gli pone, proprio dall'
instabilità
interna del corpo stesso viene indotto ad aprirsi
all'esterno a cercarvi sfoghi, espansioni, arricchimenti.
L'essenza
della vita è infatti l'INSTABILITA'; l'equilibrio interno
è fatto di cambiamenti continui, di adattamenti dinamici, in un
"gioco" continuo e variabile di ritmi interni di espansione e
retrazione, di mancanze e di appagamenti, di consumi e di eliminazioni,
di rinnovamenti e di perdite: i cui rappresentanti più
macroscopici, riconoscibili ed emblematici sono la
fame
e l'
espulsione,
la sazietà e lo svuotamento.
In altri termini: se il "corpo" fosse un blocco statico, in equilibrio
stabile, come un minerale, potrebbe esistere e mantenersi senza alcun
rapporto se non di vicinanza con l'esterno, od al massimo potrebbe
(come un minerale) accrescersi per apposizione:
non avrebbe bisogno
di nulla. Ma invece come entità viva è un
dinamico, instabile insieme di complicati e variamente modulati sistemi
in continua costruzione e distruzione, ristrutturazione, acquisizione e
riciclaggio: di qui vengono i
continui bisogni
che lo obbligano a continui scambi con l'ambiente. Mancanze e
appagamenti, eccedenze e rifiuti; distruzioni,
ricostituzioni, ristrutturazioni, riciclaggi, espulsioni, espansioni,
fusioni, distacchi, adeguamenti, assimilazioni, rinnovamenti,
creazioni, ricreazioni, ecc. : ecco schematicamente accennate le
modalità principali attraverso cui ogni corpo entra in
collegamento con l'ambiente che lo circonda.
L'Io non è il corpo ed infatti questi cambiamenti e collegamenti
possono eventualmente avvenire di per sé senza che il
"corpo" "sappia" di esistere e se ne senta "soggetto" agente. Ma la
presenza operante dell'Io permette di aggiungere un'altra peculiare
serie di trasformazioni a tutto l'insieme biologico in continua
trasformazione:
le mancanze e i mutamenti diventano
"sensazioni" (ed anche le sensazioni hanno una loro strutturazione
biochimica, non sono solo "idee", da nominarsi in tono spregiativo). E
le sensazioni (attraverso una nuova serie di passaggi chimici!) possono
diventare stimoli all'azione, sia immediatamente, sia passando
attraverso passaggi sempre più indiretti e modulati:
- le mancanze diventano bisogni,
- i bisogni diventano ricerca di appagamento e/o
richiami di aiuto altrui,
- o qualcosa di più evoluto~ cioè
"desideri" la cui possibilita di appagamento è molto
più varia, discrezionale, dilazionabile.
- E così pure molti mutamenti interni possono
diventare "stimoli" (e quindi "bisogni"= non si dice forse bisogno
per antonomasia per indicare la sensazione che proviene dall'intestino
o dalla vescica pieni, nonché l'escreto che ne
deriva?).
Ma i corpi animali e tanto più a partire dai vertebrati, hanno
anche una struttura che ne modella la forma esterna e che sembra
destinata quasi esclusivamente ai collegamenti "volontari" con
l'esterno. Per molte persone è difficile pensare al "corpo"
diversamente da questa struttura: al concetto di corpo si sovrappone
questa "forma" come se fosse più riconoscibile (come l'anatomia
che si studia nelle Accademie di Belle Arti), eome se fosse più
controllabile e rassicurante di quella interna, invisibile e solo
visualizzabile in sede medico-tecnologica: viscerale e ingovernabile,
sempre in sconosciuti pericoli, ignorata, "dispettosa" e rifuggita con
emozioni esprimibili nei termini:
fa
paura,
fa impressione.
Ma i componenti principali di essa sono anch'essi "organi", hanno
aneh'essi una vita fatta di equilibri instabili e di complicati seambi
e ricambi interni: persino lo
scheletro ehe
parrebbe la struttura più fissa
è "vivo",
vivissimo: è un organo importantissimo nel ricambio
dell'organismo, è esso stesso in continuo ricambio vitale e
quindi dotato di vitali esigenze che si traducono in "bisogni".
Tutti sanno che i muscoli non usati si atrofizzano, rimpiccioliscono ed
invece si sviluppano e crescono con l'uso. Non tutti sanno (o meglio:
non tutti osservano) che anche le ossa si riducono con il non-uso e si
irrobustiseono con l'uso (è questo il perché dei "polsi
sottili" e delle "mani affusolate" e scarne delle damigelle dei
racconti ottocenteschi o reciprocamente delle spalle larghe dei
ginnasti e nuotatori o di chi fa dei lavori pesanti, e dei grossi pugni
dei lavoratori "manuali"). Ed anzi a dimostrare ulteriormente che
l'osso è "vivo" e partecipa intimamente alla vita di relazione
del "proprietario" stanno le gambe dei fantini e determinate
peculiarità scheletriche indicative dell'attività
lavorativa praticata. Ed osso e muscolo dovrebbero procedere
armonicamente di eonserva: un'attività eome quella
sportivo-agonistica (o culturistica) troppo spinta, con
allenamenti troppo intensi può portare a fratture ossee da
"strappo" perché il muscolo è più robusto
dell'osso.
Le vicissitudini dell'apparato locomotore si possono osservare e quindi
conoscre, ma ben raramente anche in campo medico si va oltre nel
ragionamento: se un organo, un tessuto ha una sua "vita" così
ricca, ne consegue che tutte le variazioni di essa si ripercuoteranno
sulla vita di tutto l'organismo; e che questa "vita" manderà
"segnali" al resto del corpo, esprimerà i propri "bisogni", e
anche la ricerca di appagamenti influenzerà il resto. E nel
corpo esistono altri "organi" dotati di vita intrinseca e fonte
di modificazioni (che si ripercuoteranno sul tutto) e di bisogni: vi
sono i "sensi" specializzati e deputati agli "affari esteri", la vista
e l'udito; e quelli più collegati con gli "affari interni"
(tatto, termotatto, olfatto, gusto). Ed esiste anche l'enorme cervello
programmatore di qualsiasi altro organo e funzione interna e
coordinatore di ogni forma di scambio con l'esterno.
Ossa, muscoli, vista, udito, cervello pensante e collegante non
funzionano su ritmi brevi e obbligati come il ricambio,
l'attività di assunzione e di escrezione: a rigore si può
sopravvivere in coma, ma per vivere veramente bisogna mantenere in
funzione anche questi apparati. I loro "richiami" non si traducono in
imperiosi bisogni (come ad esempio: il soffocamento, la sete) ma
comunque in malessere (che nella migliore delle ipotesi è la
noia). Ma
neppure si può immaginarne uno scollegamento degli uni dagli
altri: come ossa e muscoli dovrebbero lavorare e mantenersi in un ben
armonizzato livello di sviluppo paralleo, anche i ritmi brevi e
obbligati della vita viscerale interna influiscono e si collegano in
aperture e/o blocchi sulla vita di relazione esterna: dal più
intimo dei visceri alle più astratte realizzazioni della mente
tutto dovrebbe procedere in continui passagi, come
sistole e
diastole di un grande metaforico cuore in cui viene a
rappresentarsi
tutto l'organismo nel suo essere-nel-mondo-attivamente. (Si consiglia
di vederne nel sito la rappresentazione grafica in
animazione.)
Cervello, udito, vista, muscoli, ossa non avendo bioritmi fissi propri
devono venir alimentati dall'esterno per "funzionare", ma devono venir
alimentati perché
la loro inerzia
danneggia tutto il corpo.
Un primo stadio della percezione di questa speciale "fame in
sublimazione" è la
noia - che
può in alcuni momenti venir accentuata dall'aggettivo più
o meno scherzoso: "noia mortale" - ma la
privazione
sensoriale è una vera tortura, cioè produrre un
vero stato di "malattia".
Il corpo, le sensorialità interne possono rimanere attive come
unico stimolo e bersaglio del bambino (adulto) annoiato, ma - anche
senza giungere alle situazioni di consapevolmente indotta
tortura questo
bisogno inespresso va a sfavore del "resto" del corpo, degli "affari
interni" di esso: del corpo viscerale, del corpo come totalità
vivente ed a se stante di cui fanno parte integrante di nuovo anche
gli organi della vita di relazione, nel loro carattere però di
"organi" anch'essi biologicamente "interni".
Reciprocamente cioè nel gioco continuativo dell'esistere vitale,
sublimazioni e concretezze, strutture anatomo-fisiologiche deputate
alla vita di relazione e visceri si influenzano a vicenda: ecco
perché è così importante considerare la "vita"
dell'osso e non solo la sua funzione di dinamica impalcatura.
Dunque il "corpo" non è quel manichino articolato che molti
vorrebbero per comodità credere; quel manichino al quale un'
ipotetica "volontà" impartisca ordini, abitudini, determina
"comportamenti"; quel manichino di cui si può persino
condizionare la "forma" allo scopo di "far fare bella figura" ad un
ipotetico Io, suo proprietario. E' invece un tutto unico, ed
interreagisce con l'ambiente esterno - che a sua volta non
è fatto soltanto si rapporti interpersonali! - secondo
modalità che partono dall'instabilità interna biologica e
si allargano in spazi sempre più vasti.


Età diverse
Corpo
e
noia non
sono idee platoniche assolute, i corpi delle
età
dello sviluppo hanno caratterisiche loro proprie fase per fase:
e neppure lo stadio adulto a sua volta è statico e
definitivo.
Ma anche il funzionamento quotidiano, anche i ritmi brevi banali di un
corpo qualsiasi sono vari, e impegnano energie, scambi, modalità
di rapporto di volta in volta differenziati e discontinui: non sono
certo uguali le modalità che regolano le mancanze e gli
appagamenti, che organizzano le eccedenze e i rifiuti, le distruzioni
ele ristrutturazioni, i riciclaggi e le espulsioni, o quelle che
sovraintendono alle espansioni, agli adeguamenti, alle assimilazioni,
ai rinnovamenti, alle sintesi.
Naturalmente, nel corso di ogni giornata anche nel corpo di un lattante
(e di un feto) si susseguono e si ingranano fra di loro queste
modalità e questi processi vitali; ma durante lo sviluppo accade
qualcosa di più: nel corso di determinate età ciascuna di
queste modalità viene assunta come emblematica di tutto il modo
di essere, diviene una "forma mentis" un prevalente sistema di
relazione con l'ambiente: sono poi questi i famosi (e mistificati)
complessi.
Ogni sviluppo della personalìtà individuale e
dell'intenzione tra individuo e ambiente (anche in senso fisico e non
solo relazionale), tra individuo e rapporti affettivi e sociali; ogni
conquista di nuovi aspetti della realtà interna e esterna deve
avvenire cioè attraverso queste ben definite e discontinue tappe
evolutive. Ma non si tratta solo di "mondo esterno": ogni tappa dello
sviluppo ha una sua rappresentazione-materializzazione di volta in
volta in ben definiti organi e funzioni corporee; la
discontinuità sta nella separazione tra complesso e complesso:
nell'ambito di ciascuno di essi si realizza invece la
continuità equilibrata e capace di
riequilibrarsi tra corporeo e"sublimati", e tanto più
armonicamente quanto più la fase infantile lo ha permesso,
perché e stata ben "sviluppata".
Letteralmente infatti complesso significa complicato, composto da
parecchi elementi. E complesso è appunto l'insieme (e forse
meglio che il termine "complesso" renderebbe l'idea il termine
matematico di
insieme)
formato dalla natura stessa in modo
organizzato e tipico da: squilibri biochimici e funzionali, loro
traduzione in bisogni, in sensazioni, in reazioni, in stati d'animo,
in affetti, in relazioni umane e rapporti con le cose, tipo di
aggressività e di interessi, modalità di adattamento, di
espressione, possibilità di comprensione ecc.
Come per le materie di studio (anch'esse discontinue e da studiare
secondo la loro logica interna e non ad esempio per ordine alfabetico)
la caratteristica peculiare di questi complessi è quella di
costituire i sistemi che permettono all'individuo di prendere
contemporaneamente coscienza differenziata di sé, coscienza dei
rapporti che lo legano al mondo esterno e coscienza - "com-prensione" -
dei vari aspetti del mondo esterno stesso.
I complessi
psicologici si differenziano però dalle astratte materie di
studio oltre che per la loro ampiezza perché hanno una loro base
ben precisa nel corpo, ciascuno in una parte specifica del corpo
e precisamente di volta in volta in uno di quegli organi che segnano il
confine
tra interno e esterno e che anzi servono proprio a mettere in
comunicazione l'interno (cioè il mondo interno in continua
variazione: il mondo interno degli squilibri e dei bisogni) con
l'esterno: delle persone e delle cose, deIle attività, degli
affetti, dei rapporti e dei legami, dei fatti e della conoscenza
e delle
trasformazioni che
l'individuo induce fra quanto lo circonda.
L'essere umano comunque non ha solo un'infanzia inetta e molto
prolungata, cioè una prolungata dipendenza dall'ambiente umano
che lo circonda; in ogni età della vita tende a
farsi parte
integrante di una società interpersonale e di una "cultura".
E queste società e culture esercitano su ciascuno una
fortissima"pressione", possono "entrargli dentro", venir a far parte
della sua
organizzazione
psico-somatica interna come sistema di affetti, come
modalità prevalente di rapporti, come modello interpretativo
della realtà, ed organizzativo delle conoscenze e delle azioni e
persino di determinati aspetti somatici se non somao-viscrali. Ogni
tipo di cultura tende a privilegiare uno o l'altro tipo di modo di
essere e di agire, uno o l'altro tipo di "complesso", per cui
un'integrazione "ideale", un
adattamento
totalmente "riuscito" al proprio piccolo mondo umano significa anche
una
grossa
negazione, perché la
modalità
prevalente può divenire tale soltanto soffocando la
manifestazione delle altre. Ognuno dei grandi complessi ha una
sua materializzazione in determinatc zone e funzioni del corpo? Ognuna
di queste settorializzazioni culturali tenderà a provocare nel
corpo stesso determinati specifici squilibri e vere malattie. (E' vero
che la "civiltà" moderna può favorire
determinate malattie psicosomatiche, ma anche le civiltà
più "semplici" non sono certo da meno, e neppure gli animali ne
sono immuni - anzi! "Noi civilizzati" moriamo d'
infarto da
eccessive richieste ambientali, "loro: i semplici" - animali compresi -
muoiono di
tabù
o di disperazione e nostalgia.)
Durante lo sviluppo, se le circostanze esterne e i
comportamenti adulti non vi si oppongono o disturbano, i rapporti
interumani sistematicamente intrecciati con le zone corporee attivate
evolvono, e maturano
per diventare poi pienamente di sponibili in una forma di
esistenza piena e completa secondo un loro preciso calendario interno,
sistematico secondo una
visuale a largo raggio, capriccioso secondo una visione esteriore e
non
partecipe: per cui durante tutto lo sviluppo si alternano fasi e
modalità differenti se non antitetiche alla ricerca
nell'ambiente circostante
di quei determinati
strumenti per
esprimere il proprio modo di essere del momento
"usando"
le varie persone come "attori" significativi da far "recitare"
nella scena della propria vita.
Per un processo puramente
interiore, nel corso dello sviluppo infantile spontaneamente
determinati organi e
funzioni del corpo divengono protagonisti: la loro
rappresentazione psichica si sovraccarica di emotività, e le
sensazioni che da essi provengono diventano
privilegiate e
quindi capaci di scatenare tanto burrasche neurovegetative (ed anche di
più: veri danni fisici) quanto di attirare, condensare e
intensificare focalizzandole tutte le energie disponibili.
La retorica astratta, le proprie nostalgie e rimpianti, il
proprio - attuale, adulto - modo di vivere, le proprie insofferenze e
comodità hanno fatto scorrere fiumi di parole a proposito dei
bambini,
delle loro necessità, del "come" impostare un
allevamento "ideale".
Fiumi di retorica non sempre
disinteressata sono corsi a proposito delle esigenze "affettive" del
bambino (per "bambino" intendendo tanto il neonato quanto il
sedicenne!), del suo bisogno di
mamma, delle
sue
esigenze di "gioco"
e di permissività; o di applicazione, di "socializzazione", di
apprendimento. Si è preteso annullare in lui certe tendenze (!)
soltanto con il modificargli i giocattoli; si è preteso sia
trasformare lui stesso in un eterno buffo giocattolo, sia esigere
da lui al più presto intensive - e unilaterali - prestazioni
lavorative. Nessuno afferma di "odiarlo", ma nessuno di questi retori
si riferisce ad un essere concreto, in quanto
l'essenza
specifica del "bambino" è la variabilità, la
trasformazione, la preparazione varia e globale ad una vita varia e
globale. Esiste in chiunque il
complesso anale
con le sue
pressioni aggressive, distruttività,
energia da espellere? Esistono anche
l'aggressione-fuga e le sue varie modalità di
realizzazione, trasformazione, ridirezione; ed esistono età e
momenti
della vita di ognuno in cui queste realtà prevalgono.
Tipicamente
queste forze sono quelle che presiedono alla lotta per l'esistenza, e
non solo alla lotta esterna ma anche alle tensioni interne che, se mal
regolate, potranno diventare malattie. Sono le forze che nella
vita
adulta diventeranno "lavoro", ma che in ogni età possono
manifestarsi
anche in giochi "seri", ripetitivi, in cui si va proprio a
cercarsi le
difficoltà contro cui cimentarsi, in cui apposta ci si limita
con
"regole", con impedimenti. Spesso può essere più
importante per
l'organismo esercitarsi o
"purgarsi", scaricare tensioni aggressive o imparare a controllarle
che qualsiasi altra cosa: come la pubblicità di un lassativo che
prometteva di
regolare le
'funzioni' dell'organismo. Sembra
paradossale,
ma quanti adulti trovano estremamente "riposante" ("ri-creante")
cimentarsi con attività di questo genere (dai cruciverba, alle
carte,
agli scacchi, ai "gialli", al veliero nella bottiglia)? E quanti
scolari a scuola - e quindi già sottoposti ad attività di
questa
categoria - fanno furiose gare di parole crociate, di battaglia navale
ecc., trafficano con figurine, birille ecc.?
Se ognuno cioè vuol giungere (o meglio: ne ha il permesso), a
possedere e dominare nella sua maturità il massimo possibile del
suo patrimonio interiore, o più modestamente ad
assicurare al
proprio corpo un funzionamente non sbilanciato, deve poter
percorrere durante l'infanzia la sua lunga e sembrerebbe illogica
strada fatta com'è di un susseguirsi di varie percezioni
e fantasie, di mutevoli concezioni, e azioni. Così gli istinti
prevalenti in quel dato momento possono via via con la necessaria
gradualità e completezza ridimensionare la realtà interna
ed esterna: ciascuno dei suoi aspetti potrà così venir
vissuto con la massima intensità, e con più profonda
partecipazione personale e trasformato più proficuamente in
bagaglio di esperienze veramente tali, non solo veramente "vissute" ma
anche veramente "utilizzabili" a proprio vantaggio di arricchimento e
difesa.
Il bambino nel percorrere le sue fasi dovrebbe riuscire a risolvere l'
Enigma della Sfinge
-
qual'è
quell'animale che cambia sempre, che da "quattro gambe passa a due e
poi a tre"? - e riuscire a "sciogliere" interiormente, a
"capire"
- cioè letteralmente a
prender
dentro - i complessi
che
sta attraversando: senza però cancellare alcuno dei loro
componenti, senza trascurare alcuno dei loro aspetti e soprattutto,
senza coartarvi o disperdervi la propria individualità per non
alienarsi né dal
mondo né da sé anzi per poter
disporre in modo ottimale nella propria evoluzione umana (anche poi
nella fase - senile - delle
tre gambe) di
tutte le cariche di energia
in essi implicate. Ma non esiste solo la retorica culturale teorica: il
bambino è veramente
"in mano"
agli adulti e questi possono in
ogni momento a loro imperscrutabile arbitrio
- condizionargli la presenza
e la qualità degli stimoli ambientali;
- interferire nelle sensazioni
fisiche e persino determinarle;
- permettere o negare;
- appagare in modo proporzionato o
in modo eccessivamente
stimolante,
- oppure trasformare le"richieste"
i bisogni in "dolore",
- possono organizzare le sue
"fantasie" aiutandolo a
concretizzarle in giochi,
- o al contrario persino
intromettersi pesantemente (e
talvolta sadicamente) nelle "sue" funzioni fisiche.
E, come non si può salire al volo su un veicolo in corsa,
nell'allevamento ottimale del bambino, come il vero
carattere non
può venir cambiato né le preferenze possono venir
imposte, così nulla può venir veramente "recuperato" solo
dall'esterno. Ogni sua esigenza disattesa non può venir poi
assecondata in ritardo: ne verrebbero alterate entrambe le fasi, sia
quella precedente non saziata, sia quella successiva in cui viene a
cadere come una pesante interferenza il tentativo di assecondare la
precedente. Solo il bambino stesso, da piccolo o poi da adulto
può a suo modo e suo ritmo tentarne il
recupero. Per fare un paragone banale:
come un viaggiatore che, dopo aver "perso" il proprio treno, non
può salire sul primo che passa, ma deve aspettare finché
non transiterà di nuovo un treno che lo porterà a
destinazione. Solo il bambino stesso potrà "giocare" a suo modo
la fase saltata o malvissuta, eventualmente facendosi aiutare
dagli adulti disponibili nel momento da lui prescelto ad assecondarlo,
mai però seguendo "loro" in arbitrari schemi di "recupero", di
"terapia".
Il bambino - l'essere in via di sviluppo - di per sé
è privo o carente di strumenti adeguati per canalizzare
responsabilità, di mezzi autonomi di espressione e di espansione
del suo enorme capitale di energie interiori. E se già fin da
neonato - se non
prima!
- può udire e vedere, questo non significa
che quello che ascolta o vede (cioè quello che colpisce le sue
orecchie oi suoi occhi) possa fin dall'inizio venir da lui capito e
neanche riconosciuto o localizzato. Soltanto quando riuscirà a
collegare sensazioni tattili e ripetizioni attive con sensazioni
uditivo-visive, a poco a poco, con prove e riprove, con l'aiuto
determinante altrui e
con "giochi"
più o meno autonomi
potrà orientarsi nell'ambiente, "collocarvi" se stesso, e
"capire" di essere un "se stesso".
Purtoppo però - e ben a scapito delle nuove generazioni in
formazione
- condizioni di disarmonia sono molto generalizzate: la maggior parte
degli
adulti infatti sono incapaci o impossibilitati di bilanciare la grande
quantità di
calore affettivo
necessaria in una casa ove vi siano
bambini con le
pressioni
ambientali e personali connesse al lavoro ed
all'
espansione
delle proprie potenzialità evolutive
(sessualità c divertimenti).
I "coefficenti" delle sublimazioni
Le sublimazioni chimico-fisiche obbediscono a coefficenti di
temperatura,
pressione,
volume;
nel caso delle sublimazioni
psichiche questi termini possono venir usati per definire
sinteticamente concetti in fondo analoghi:
- la TEMPERATURA sta per calore affettivo
e per
benessere fisico;
- la PRESSIONE sta per quello che si indica
come pressione
ambientale: richieste - o pretese - altrui, orari, doveri,
modalità di rapporto o comunque di interrelazione con "gli
altri" e quindi - di momento in momento - con la fase, lo stato
d'animo, le esigenze di ciascuno degli "altri"; ma anche con le
esigenze del proprio corpo, tensioni interiori, conflitti tra tensione
e tensione ecc.;
- il VOLUME è lo spazio in cui
letteralmente
potersi muovere, ed anche lo spazio metaforico del tempo a
disposizione, degli oggetti da usare, delle abilità
canalizzate ed
e-ducate (ex-ducere
letteralmente dal latiro = trarre fuori),
delle
possibilità di scegliere strumenti adeguati, oggetti su cui
esercitarsi a fini stimolanti, mezzi espressivi attivati e resi
così spontanei, facili e pienamente disponibili.


Tornando al concetto di "complessi", per ciascuno dei complessi
principali l'importanza di questi coefficenti sarà diversa: per
permettere adeguate sublimazioni ben maggiore dovrà essere la
temperatura nel
caso del complesso delle mancanze e degli
appagamenti, dell'assumere, dell'assorbire (complesso orale) e
soprattutto nel caso
dell'età improntata a questo complesso: l'età del primo
anno di vita.
Quando invece prevale il complesso anale - delle eccedenze e dei
rifiuti,
delle distruzioni, ristrutturazioni, riciclaggi, espulsioni - e nelle
età più "anali": l'età
del "no!" dei due anni, l'età della scuola elementare,
l'età della vita lavorativa adulta, produce sofferenza ogni
aumento di
pressione,
ogni impossibilità di
scaricarla in quanto incrementa l'aggressività e i conflitti
interiori a questo riguardo. Il complesso genitale nei suoi due aspetti
"yin" e "yang" -
Edipo
e
castrazione
- richiede comunque maggiori
spazi: per
espandersi, adeguarsi, assimilare,
rinnovarsi, inventare, scoprire, creare); nelle
età più "genitali" la fantasia e il
sentimento fanno
da padroni ma vanno alimentati e non scoraggiati e non solo nel campo
interiore: non per niente a quattro anni si
starebbe "fuori" tutto il giorno, a tredici sono tanto
frequenti le "fughe", dai quindici ai venti-venticinque si viaggia
volentieri e si considera "noioso" tutto quel che
non è stimolante. Ma vale anche l'inverso: chi si trova in
età - o comunque in
fase - "orale" spande "calore" intorno a sé; chi si trova in
età o fase "anale" esercita una notevole "pressione" su
chi gli sta troppo intorno e sulle "cose" che usa; e chi s trova in
fase "genitale" tende a trascinare gli altri, a renderli partecipi nei
suoi allargamenti.
In altri termini, dal lato pratico e in generale: a tutti - soprattutto
quando si è piccoli, cioè impegnati anche a svilupparsi -
sono necessari: una alimentazione adeguata, un benessere fisico di
base, serenità ambientale, calore affettivo, benevola
accettazione, approvazioni e riconoscimenti; una pressione ambientale
che non interferisca con le "pressioni" interne ed anzi le canalizzi;
e"spazi" ove espandere l'espressione di sé. Ma questi fattori
sono strettamente correlati: come in fisica aumenti di
temperatura
richiedono aumenti di
spazio
per l'aumento delle
pressioni
interne: ecco il perché delle cosidette
"coliche dei tre
mesi"
dei bambini sani e ... felici dovute proprio alla
noia, alla
deludente condizione di non poter
fare esperienze più ricche, di non riuscire a muoversi a
piacere, di non essere caapaci di "comandare" il proprio corpo: di aver
già
voglia
di fare ma di non "poterlo" ancora. Ecco il
perché queste cosi dette coliche spesso "guariscono" quando si
porta il bambino a spasso, quando può assistere ai giochi
di altri bambini quando il succhiare a vuoto o l'esser dondolato
gli allentano la tensione interna e sciogliendola favoriscono il modo
di "adoperare" gambe
e braccia. Ecco un altro settore in cui si manifesta - biecamente - il
"vizio" generale di medicalizzare l'esistenza, di considerare
"patologia" quanto invec esce appena da schemi statici prefissati: non
sono "coliche" nel senso di
"malattie", anche se in questo
stato di tensione rabbiosa l'intestino del bambino vi
partecipa e difatti emette gas, qualche volta anche scariche
diarroiche mentre il bambino partecipa emotivamente anche a questi
subbugli "intestini", alternativamente e/o
contemporaneamente compiaciuto, infuriato, spaventato. E com'è
bello invece dopo tre mesi trovarsi padroni dello spazio dato dalle
proprie mani, dal biascicare intenzionale, dai giochini con le gambe,
dalle nuove prospettive offerte dalla testa eretta. Ad ogni età
comunque sono mescolati i concetti di cibo-calore affettivo-rapporti
teneri: ad ogni età si fa indigestione (o ne risente il
"ricambio") quando manchino le possibilità di smaltirli. E
viceversá senza corrispettivo aumento di
"calore", aumenti di "spazio" "raffreddano", disorientáno,
portano a cercare
nell'ipersesualizzazione dei rapporti, delle esperienze, dei
gesti una compensazione "riscaldante". E così, quando la
pressione
aumenta, sono le energie aggressivo-espulsive ad essere
incentivate: nel caso migliore la propria pressione interna stimola a
trovare ostacoli contro cui esercitarsi e incentivi a proseguire nelle
azioni intraprese
(come i cibi poco raffinati contrastano ]a stitichezza).
Ma non eiste soltanto la medicalizzazione "abusante", esistono davvero
i cedimenti strutturali dei corpi fisici e le malattie vere e proprie;
chiunque
in condizioni di pressione ambientale intollerabile, senza
corrispettivi affettivi sufficienti, senza prospettive proprie di
azione direzionata, e senza sbocchi espansivi, può arrivare al
massimo del danneggiamento del corpo. Ed esistono "malattie" anche
mortali coinvogenti insieme corpi fisici e non-fisici come suicidio
cosciente e attivo,
e attiva o quasi ricerca di incidenti, fino a giungere persino al
massimo del ritorno delle sublimazioni verso
il concreto: la morte per inedia, la
depressione
anaclitica, al
"marasma" depressivo quando le mancanze non vengono più
percepite come bisogni, quando tutto diventa nullo, indifferente,
vuoto. E così possono arrivare al massimo della
distruttività fine a se stessa le pressioni interne non
canalizzate, siano o siano state meno accompagnate da sufficiente
calore affettivo: distruttività verso se stessi - malattie,
incidenti, spavalderia caotica - o verso gli "altri", non vissuti
come tali ma solo come "discariche " di "un di più" di cui
disfarsi (ad es. i "delitti gratuiti" dei ragazzi "bene" annoiati).
Anche un
eccesso
fuori tempo di stimolazioni affettive può diventare
disorganizzante per il soggetto che si trovi o stia entrando in una
fase di attivita direzionata o di espansione creativa: ci si
trova in conflitto interiore, ci si trova "messi in colpa" per la
propria aggressività trasformata in errori; invece che in
efficenza o in intraprendenza si collassa su se stessa in paura, in
ansietà, in pre-oceupazioni, (cioè letteralmente in
occupazioni che vengono prima), oppure in quell'agitazione
psico-motoria di cui si parla nel file/capitolo
Basta un poco di zucchero e la pillola va
giù...
- Questa è la condizione dei bambini che vomitano
prima di andare a scuola;
- dei bamhini che non sono "capaci di giocare"
- dei bamhini che si fanno sempre male;
- dei bambini delicatini, stizzosi, lamentosi e permalosi;
- dei bambini oppressi da madri pseudo-tenere ma in sostanza
egoisticamente possessive
- e/o ansiosamente aggressive;
- dei bambini accuditi da persone anziane molto bisognose a
loro volta di calore e scarse di energia
LE
FACCENDE DOMESTICHE.Ergonomia
e psicologia di un VERO lavoro
Sublimazioni
Che cos’è il
‘lavoro emozionale’?
"Bontà" e "cattiveria"
Una mail molto bella
descrive in
modo eccezionale la vera essenza del complesso
orale (o
meglio dell'archetipo della Grande
Madre): cioè i principi basilari
sia - ma non solo - della VITA e della MORTE ma anche della "bontà"
e della "cattiveria"
La mia madeleine?
Più che un
sapore, un rumore? I rumori che sentivo quando ancora
ero in grembo, quella stessa sensazione che venne fuori a teatro e
prima ancora durante quelle tavolate nel cortile di mia nonna. Ero
felice allora? Direi di sì, mi sembrava di essere immortale o
meglio che la morte non esistesse, mi sentivo cullato in una nuvola di
affetto collettivo, non diretto a me in particolare ma qualcosa che era
lì a disposizione di tutti e quindi disponibile anche per me.
Come una fontana senza fine a cui tutti possono attingere liberamente
senza paura che interrompa il suo flusso e lasci qualcuno a bocca
asciutta. Ed era come se fossimo tutti insieme ma nello stesso tempo
come se ognuno non badasse alla presenza dell'altro, non c'era da
battagliare, non c'era di che aver paura perché quella "cosa"
era lì presente, inesauribile. E io mi ricordo con la testa
appoggiata al tavolo, magari un pò stanco, ma nessuno a
chiedermi conto di qualcosa e io
ero immensamente
felice, quasi incredulo e mi sar
ei potuto
addormentare sicuro che niente mi sarebbe accaduto,
addormentere in quella nuvola soffice, protetto e sicuro. E del resto
del mondo cosa mi importava.
E poi ricordo
ancora mia zia, scendere i pochi gradini che dividevano
la casa dal cortile. Ognuno, in quelle domeniche, portava qualche cosa
da mangiare, in genere quello che gli veniva meglio e poi si metteva
tutto in tavola. Me la ricordo scendere con la torta in mano, ne faceva
una buonissima con le albicocche, le mandorle e una crema zuccherata
che non ho più mangiato, la portava verso la tavola come una
reliquia e sorrideva, felice di offrila, senza sapere allora che solo
pochi anni dopo sarebbe morta. E non lo sapevo io come non lo sapeva
nessun altro. E quanti commensali di quel tempo non ci sono più,
ma della loro assenza non mi dolgo più di tanto, in fondo erano
lì come me ad assaporare qualcosa che forse non avevano mai
provato nella loro infanzia, ma di mia zia sì, perché
dopo di lei è sparito tutto, è morto tutto, quella nuvola
si è dileguata lasciando il vuoto e la disperazione in me e
ognuno di nuovo
per conto proprio
ma ognuno ancora affamato, perché quella fame
antica sembrava insaziabile ed era un pò come se ognuno ne
avesse ereditato a sua volta da chissà quante generazioni. E
allora spiegata la cattiveria, il voler prevericare l'altro,
l'avidità di affetti ed era come se mia zia placasse tutto
questo come se tutti a quel tavolo non cercassero altro che quello, lei
quella fame sembrava non averla, lei era quella fonte inesausibile e
chissà quale strano scherzo del destino l'aveva fatta
così diversa da tutti, in lei e solo in lei ho visto cosa voleva
dire l'amore di una madre per i figli e quanto avrei voluto che mi
prendesse con lei.
Il giorno in cui
morì mio zio, suo fratello, venne a prendere me
e M. a Forno di Coazze, c'eravamo andati una settimana con l'oratorio.
Sò che mentre era a letto agonizzante aveva chiesto di poter
vedere M. e D. per l'ultima volta, avevano undici e otto anni. Credo
che M. non abbia fatto in tempo a vederla, io l'ho fatt solo di
lontano, non ho avuto il coraggio di avvicinarmi. C'erano tutti quelli
delle tavolate quel giorno e qualcuno sembrava più arrabbiato di
altri perché era come se la disperazione per quella perdita non
fosse per la morte di una persona ma perché con lei moriva
quella fonte che sembrava inesauribile e allora era come se quella fame
atavica di cui parlavo tornasse a prendere il sopravvento. Come se
ognuno avesse dentro di sè una specie di uomo primitivo, con i
denti aguzzi assetato di sangue e pronto ad ogni cosa per salvarsi e
sopravvivere.
I quarant'anni di
mia zia sono stati pochi per lei, troppo pochi anche
per M. e D., per suo marito e adesso per S. e V. che non hanno avuto la
fortuna di conoscerla ma quanto è stata importante per me? Come
diceva una vecchia canzone: come un angelo caduto dal cielo.