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interno:
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#riferimenti
Pensiamo
d’essere come Florence Nightingale -
dure,
scaltre, potenti,
autonome ed eroiche.
Fagin e Diers (2)
Abstract
L'espressione ‘lavoro emozionale’ viene usata frequentemente nei
discorsi ‘tra donne’, e compare sempre più anche nelle
pubblicazioni scientifiche. Non ha mai fatto parte del linguaggio
ufficiale del lavoro, è qualcosa di nuovo. In questo articolo
sostengo che i significati più frequenti che il "lavoro
emozionale" assume ne individuano l'impianto e la struttura
complessiva. Dimostro inoltre che il lavoro emozionale può
essere concepito come avente uno statuto autonomo rispetto al 'lavoro
manuale' e al 'lavoro intellettuale'. Con notevoli conseguenze
sull'analisi del lavoro e la valutazione del suo valore, mai finora
prefigurate.
1.
Significati di ‘lavoro emozionale’.
Il termine ‘lavoro emozionale’ viene impiegato in quattro significati
principali, come segue:
1.1
Lavoro emozionale come prodotto.
Nicky James, in uno stimolante saggio dedicato al "lavoro emozionale",
lo definisce come “il lavoro coinvolto nell'affrontare i sentimenti
delle persone, di cui un elemento centrale è la regolazione
delle emozioni" (James, 1989:15), che ella afferma "lavoro sociale"
(ib.:19). Il "lavoro emozionale" indica qui essenzialmente il risultato
(l'emozione altrui trasformata dal processo produttivo), l'espressione
viene usata cioè allo stesso modo in cui si dice : "è un
lavoro artigianale", o "ha fatto un bellissimo lavoro".
Durante il Convegno "Le donne e il 1avoro di cura" il termine ("lavoro
emozionale") veniva impiegato in un senso assai ampio, riferendosi ai
“lavori di cura e di servizio” tout court. (Quest'uso non compare
però nelle relazioni scritte). Essi furono definiti da Jessica
Ferrero, come "tutti quei lavori che hanno per oggetto la persona
umana... quali l’assistenza a un anziano, l'educazione di un bambino o
la cura di un malato". Cura è "1'accudimento sotto tutti gli
aspetti, dai più materiali a quelli psicologici"
(Coordinamento...,1990:7). Anche questa definizione; come quella di
James, indica l'oggetto del lavoro ( la "valorizzazione della persona
umana", ovvero anche la sua "manutenzione" ( ib.:8).
Seguendo queste definizioni, sono produttrici di lavoro emozionale la
mamma come il prete o l'insegnante, la sindacalista, il caporeparto,
l'allenatore e la romanziera...; Giovanna d'Arco ha posto qui:
in/coraggiando i soldati li rende disponibili a tornare in battaglia.
1.2 Il
lavoro emozionale come sforzo soggettivo e abilità
Ai prodotti emozionali come prima definiti, in James
corrispondono letteralmente i "lavoratori emozionali" (James, 1989:19).
Nelle discussioni durante i1 Convegno sopraccitato l'espressione
equivalente "faccio un lavoro emozionale" era moneta corrente ( e ci si
intendeva). Un’espressione che, anche qui, non è messa per
iscritto: anzi qualcuna disse che l'espressione "per l'esterno" era
"lavoro di relazione". Per indicare le capacità necessarie,
attivate per compiere questo lavoro, esiste una varietà di
termini, usati spesso come sinonimi, fra cui innanzitutto: "percezione
acuta e oggettiva", "coscienza della situazione", "sensibilità",
e "conoscenza intuitiva" (considerata da molti come forma suprema
d'intelligenza). Chi la possiede non s'arrovella, seguendo lenti
processi mentali, ma sa, 'vede' con chiarezza. Sarebbe l'emozione della
persona a suscitare l'emozione dell'altra: basta talvolta l'entusiasmo
d'un ragazzino, scriveva Fourier (1980:30) riferendosi a Giovanna
d'Arco, per esaltare gli animi! Dicendo "lavoro emozionale" si sta
dicendo (è tautologico?) che esistono lavori che si basano sulla
potenza ovvero sulle potenzialità del cuore.) E si chiamano
emozionali perché l'emozione è l'espressione sensibile (a
volte visibile), della
percezione. La nota
sociologa Jessie Bernard (1981:215) indica con "cuore caldo” una
qualità di lavoro richiesta nel settore dei servizi. Altre
espressioni impiegate sono: "lavoro d’amore”, "lavoro sentimentale",
"lavoro del sorriso", “lavoro di conforto"...; Luce Irigaray (1985:142)
parla della "fecondità della carezza"; in un saggio recente
Lynch considera il "lavoro di solidarietà" (come lavoro di
creazione e manutenzione di rapporti umani per se, ad esempio
d'amicizia) come parte del "lavoro emozionale" (Lynch, 1989:7).
Ancora vi è la capacità di coinvolgersi, l’empatia. La
spiegazione data con gravità da una donna del perché il
suo lavoro fosse emozionale è stata: "Perché c'è
il coinvolgimento!" Ci si apre alla situazione e si partecipa da
dentro, così che si sentono le stesse cose dell'altro. E'
l'eccezionale percezione, la cui validità (il cui valore) si
dimostra sul campo.
Esistono infiniti livelli di empatia e infinite forme di applicazione
relative alle necessità di lavoro. Possiamo notare le differenze
tra i lavori in cui vi è osservazione/percezione e intuito, ma
distacco/distanza (anche fisica) più o meno grande: tra quello
del cappellano d'ospedale, dell'analista o del medico, del
commerciante, del padre pauroso, della madre coraggiosa,
impressionabile. Si è detto come in molti casi chi svolge
funzione terapeutica deve sperimentare lui stesso "i sentimenti
rimossi, le fantasie o altro" da parte del paziente in modo che
quest'ultimo diventi a sua volta capace, identificandosi col terapeuta,
"di integrare esperienze analoghe nel funzionamento del proprio Io"
(Searles, 1992:118). La professione infermieristica svolge molte delle
sue mansioni toccando fisicamente i pazienti. Nel contatto il
tatto, la percezione sensibile, diventa tangibile, è messa alla
prova davvero. "Non mi sento più autenticamente disponibile ad
essere sommersa da bambini che bavano e sbavano" (così parlava
una donna che lavorava da molti anni con bambini handicappati).
Ci sono altre capacità "del cuore" impiegate nel lavoro?
Indagare in questa direzione sarebbe importante. Ve ne sono alcune
riconosciute. Per esempio il coraggio (“forza dell’anima”) e la
pazienza. "L'attributo del coraggio è presupposto
dell'efficienza di alcune istituzioni sociali come l'esercito, la
polizia, ecc." (Dalla Volta, 1974: voce Coraggio) Ma è questa
l'unica forma in cui si manifesta? Per quanto riguarda il lavoro di
cura, oltre al coraggio di coinvolgersi, penso, ad esempio alla
capacità di vincere se stessi per affrontare lo sporco (viene
subito in mente la "padella") e il fetido o anche il contatto coi
morti: aspetti che provocano disgusto e/o paura nella maggior parte
delle persone. O ai rischi psico-fisici che possono corrersi nel
contatto con malati infortunati, vecchi,
moribondi...!
Possiamo valutare il valore di certe mansioni di lavoro considerando
quanto costi vincere se stessi per farle. Un’ infermiera al suo primo
giorno di lavoro fuggì urlando quando guardò la vagina
cancerosa di una donna ("vidi un'orchidea", spiegò più
tardi). Una psicologa raccontò le crisi di vomito, il tremito e
il sudore provate da lei e da sua madre per lavare il pus d'odore
insostenibile dalla schiena della nonna. "Non mangiai per una
settimana." Una dura prova che fu superata da lei "credo d'essere stata
aiutata forse dall'amore che avevo verso la persona curata,
perché l'adoravo, ma soprattutto dalla pietà per il corpo
sofferente..."), ma non dalla madre (3).
Vi è una divisione del lavoro che protegge oggi i medici e i
chirurghi dagli aspetti più duri del lavoro, e non sol/tanto
dallo sporco. Come ha notato acutamente Mary Daly ( 1978:277) il
chirurgo opera, taglia il malato in anestesia, ma è l'infermiera
a esser presente alle sue sofferenze da sveglio, e persino a
provocargli dolore nel cambiarlo, disinfettarlo etc.
Ho sentito parlare di infermieri (maschi) a Torino, che si rifiutano di
lavare i malati: mostrando insensibilità, cioè
incapacità professionale. (Sarà per il coraggio richiesto
che soltanto nel servizio militare gli uomini lavano lo sporco,
arrivando alla più profonda umiltà?)
Al contrario i medici dell'antica Grecia non lasciavano a nessuno le
mansioni che noi oggi consideriamo infermieristiche, per non cedere
1"'onore della guarigione"!( King: 15;22)
E’ rilevante notare come si chiami coraggio ac/creditato) in un uomo,
quello che in una donna chiamano amore (s/creditato)!
Si è affermato più volte che la resistenza/la pazienza
è una qualità importante nei lavori di cura (ma anche nei
lavori “ripetitivi” "manuali" o anche nei “pazienti lavori di ricerca”,
"intellettuali").
L'essere a disposizione o in attesa ( ad esempio aspettare
quattro-cinque ore che la placenta venga naturalmente fuori), tenere la
mano in silenzio, lasciare che il malato vi si aggrappi... L'attesa non
è passiva: occorre sop/portarla; "pazienza nel senso più
elevato è forza contenuta" (I Ching, esagramma 64); è una
capacità del cuore finora non soltanto non riconosciuta nei
lavori "femminili" ma svalutata rispetto all’agitazione e
all'incapacità.
Occorre aggiungere che le “attitudini” femminili per il lavoro
ripetitivo spesso nascondono mansioni pesanti e nocive accettate dalle
donne solo per mancanza di alternative.
Possiamo considerare l’onestà (di cui parlo qui perché
legata al ‘cuore’, sede della coscienza) come qualità
lavorativa. Essa è richiesta generalmente in ogni lavoro
(onesto) e in particolare, ad esempio, nel lavoro di polizia. Di
recente Carla Artusio ha rilevato come nel contesto dell’industria
privata “i criteri che i capi tengono presenti per l'assegnazione di
determinati lavori", di "compiti anche molto delicati, come le
operazioni di cassa o la gestione del pagamento delle retribuzioni"
sono la moralità, l’onestà, la lealtà, la
coscienza (Artusio, 1991-92:257). I "capi" hanno la convinzione
che "le donne possiedono un codice morale più saldamente
radicato di quello degli uomini" e che sono al di sopra delle
tentazioni. Forse qualche uomo "se n'era andato col malloppo", in ogni
modo si possono trovare quasi esclusivamente donne come contabili, o
all’ufficio paghe. (ib.:259-260)
1.3 Il lavoro emozionale come lavoro
stressante.
Un altro significato importante e comune del termine è “lavoro
che implica sofferenza” che fa sentire emozioni dolorose, penose.
Coivolgimento/sconvolgimento spesso si sentono insieme. Ma le
lavoratrici sentono anche il bisogno di mettersi emotivamente in gioco.
Le educatrici d’asilo nido, per es., rivaleggiano tra loro per
accaparrarsi i lavori che implicano più contatto coi bambini e
lamentano d’esserne distolte dall’eccessivo lavoro di far ordine e
pulizia (Giacomini, 1982:63). Non c’è forse gioia nell’impiegare
la parte emozionale, fino a un certo punto? La perdita energetica
intellettuale, fisica, emozionale ci può dar gioia (un pò
come l'orgasmo). Ci sono eventi-anche piacevoli a volte - che mettono
il cuore a dura prova, si può sentire vero e proprio dolore e
perfino, si può morire di crepacuore, come medici e sociologi
affermano (Barbagli, 1990:290). Del resto ci si può aspettare
che ad una comprensione ampia e fulminea corrisponda una fuoriuscita
energetica improvvisa e potentissima, a volte un'esplosione
distruttiva. Mentre ai lenti ragionamenti della mente
corrisponderà un'usura più lenta, e così anche si
può dire per il corpo (al contrario, la ripresa emotiva
può essere più lenta e difficile). E' un discorso di
equilibrio. Ci sono lavori che drenano l'emozione anche in poco tempo,
per es. curare malati in fase terminale, bambini leucemici che si
è cominciato a curare quando ancora avevano un aspetto sano e
poi si vedono deperire e morire...
Nel significato appena espresso "lavoro emozionale" definisce l'effetto
del lavoro sull'emozione, dunque a tutti i lavori perché in
tutti esiste questo effetto, in misura più o meno grande.
Aspetti di sofferenza emotiva sono anche presenti nel lavoro
"intellettuale": per es. Andrea Dworkin, dopo aver scritto un libro
sulla pornografia disse che quel materiale ( visivo e non, con cui
aveva dovuto convivere per tre anni) le aveva rovinato la vita
(I981:302-304). E G. Legman (1971:45) testimoniò come tra il
pianto e il riso compose la sua voluminosa opera sulla "logica della
barzelletta sporca”.
1.4. Il
lavoro emozionale come ‘lavoro su di sè’.
Il lavoro di osservazione/percezione è anche lavoro su di
sé ed è certo più intenso quanto più la
sfida dell'emozione è alta, perciò è una parte
significante di questi lavori. L'espressione 'lavoro emozionale' indica
quest'attività su di sé, nell'uso accreditato
ufficialmente -nel vocabolario psicanalitico- per elaborare/digerire
dentro di sè le proprie stesse emozioni. E' anche un'espressione
usata nel lavoro di ricerca interiore, spirituale. Di questo 'lavoro
emozionale' si è parlato nel Convegno vedendolo come
un'attività da fare coscientemente, sia per "superare i limiti
delle tue modalità di approccio alle persone, influenzate da
quelli che sono i tuoi vissuti, modi di essere, esperienze"
(Coordinamento..., 1990:37), che ci rendono incapaci di percepire
l'altro per quello che è, sia come necessità di acquisire
distacco, per essere coinvolte e forse travolte, ma non stravolte. Ci
si chiede quali siano gli strumenti adeguati per rispondere a questi
bisogni di "capacità introspettiva", senso dell'umorismo,
saggezza... che sono stati espressi anche chiedendo una "formazione
all'elaborazione del disagio e del lutto.")
Il bisogno di acquisire maggiore capacità di lavoro su di
sé assume forme diverse per le differenze fra i lavori – come
gli attori, che l'attrice Stefania Sandrelli chiamò “atleti
dell’emozione”, gli atleti professionisti, i reduci di guerra, la
"semplice" casalinga maschio o femmina, il lavoratore fisso nel turno
di notte, il pompiere, la dattilografa apparentemente silenziosa, le
infermiere. E sarà più o meno impellente o richiedente
anche per differenze individuali, e inoltre di settore, e di
società e per un'intera cultura, essendo presumibilmente
più alto in Occidente per l'accidentalità e
meccanicità cui è lasciata l'educazione dell'emozione
(4). E' stato rilevato che in India (Somjee, 1991:36) e Giappone
(Hendry and Martinez, 1991:64) le infermiere sono interessate al
benessere del malato, ma più distaccate" che in Inghilterra.
Proprio la scarsa abilità sociale a educare l'emozione
indica il grande valore del lavoro, poiché si è gettati
allo sbaraglio rispetto ai lavori manuali e intellettuali i cui
processi di lavoro sono più consolidati e certi.
2.
Il lavoro emozionale come lavoro concreto.
L’amore ha la sua
gravidanza nel cuore.
(Detto africano.)
Le energie implicate in queste capacità sono le energie “del
cuore” (un muscolo, come il cervello, l’utero …), non esplicitamente
inclusa (ma includibili) nella definizione più comprensiva di
lavoro che ho trovato: “per quanto diversi possono essere i lavori o le
attività produttive utili, è una verità
fisiologica che essi sono funzioni dell'organismo umano, e che tutte
queste funzioni, il loro contenuto e la loro forma, sono essenzialmente
dispendio di cervello, nervi, muscoli, organi sensoriali ecc. umani"
(Marx,1965:68). Queste energie si manifestano come immediata percezione
in ogni attimo di vita, costantemente, cosi come le mani o il cervello
sono lì per noi. Ma nel lavoro noi "imprestiamo" la forza
percettiva, che si impiega ( si "oggettiva") nel farsi del lavoro.
Così come la mente si può applicare volontariamente su un
certo soggetto (ad esempio mettendosi a leggere) sapendo che poi
spontaneamente farà il suo lavoro, penserà, così
è anche per l'emozione: la si "espone" ponendosi nelle
situazioni in cui c'è bisogno, e sarà attenta e
comprenderà. (Se c'è la volontà, anzi la voglia,
il desiderio, la motivazione...)
Costa tempo, per quanto volatile l'e/mozione possa essere (mai lenta o
pesante come la mente o il corpo). Se si volesse, si potrebbero anche
stabilire, almeno in qualche misura, dei tempi standard, una
combinazione di quantità/qualità del lavoro: "Mettiamo
che ne arrivi una [ donna in prostituzione, interiormente svuotata da
rapporti senza scambio, coi suoi clienti nda ] e che abbia bisogno di
un po’ d'amore, tipo tenerezza: ci vogliono almeno un paio d'ore."
(Millet, 1977:69).
Costa fatica, lo abbiamo visto. E l'utilità è evidente:
quando vogliamo tirar su il morale della vecchietta che si sta
lasciando andare, e lei finalmente ha voglia di mangiare, potremo dire:
ho lavorato bene! abbiamo raggiunto lo scopo! Lo scopo qui è
togliere pesi, sollevare i cuori, nutrire lo spirito, "dare forza a chi
ne ha bisogno", destare il desiderio d'apprendere o "far emergere le
emozioni dei ragazzi per la brava insegnante..." In base allo scopo si
scelgono i contenuti e le tecniche, le difficili pratiche del lavoro
emozionale. "Vi sono circostanze in cui si cerca consiglio, in altre
è richiesta azione, in altre ancora un senso di prospettiva, di
'giustizia', deve essere stabilito” (James, 1989:26). "Il consolare, il
confronto, il senso dell'humour, l'empatia o l'azione può essere
appropriato a seconda delle circostanze" (ib.27) (5). "Le carezze
possono probabilmente essere considerate stimoli innati di calma e
senso di tranquillità" (Frjida, 1989:381). E' stato osservato
come "pazienti che gemevano in apparente sofferenza sembravano sentirsi
meglio per almeno trenta minuti dopo il contatto della mano
dell'infermiera..." (Autton, 1992:93). J.J.Linch ha misurato “1’effetto
positivo del contatto dell'infermiera sulla frequenza del battito del
comatoso e curatizzato" (ib.:1992:99,101).
Non è dunque un'idea cervellotica: questo lavoro ottempera a
tutte le condizioni che definiscono il lavoro utile: le energie, il
loro impiego volontario, il tempo, lo scopo. E' certo un "lavoro utile"
( a volte questione di vita o di morte), e "sociale" in quanto utile ad
altri; e valevole in ogni società. L'irrazionalità denota
soltanto il cattivo funzionamento di questa capacità. In questa,
come in altre, si può esser più o meno bravi. La media
delle capacità individuali contribuisce a stabilire il livello
di sviluppo delle forze produttive in questi lavori.
3.
Intellettualità e manualità.
Le definizioni più generali del lavoro sono "lavoro
intellettuale" e "lavoro manuale". I lavori che abbiamo chiamato
emozionali si collocano ufficialmente all'interno di queste etichette:
di fatto oggi la/il poeta o l’insegnante, l’analista sono catalogati
come intellettuali, l'infermiere o la poliziotta, si tende a collocarli
sul versante del lavoro manuale. Un indirizzo della politica di “valore
comparabile” è consistita proprio nel ri-valutare le
caratteristiche intellettive e manuali di questi lavori. In questo modo
non si contestano le categorie sindacali di valutazione, ma ci si
ricava uno spazio maggiore di prima -e subito!- inseguendole sul loro
terreno. La parola ‘emotivo’ oggi farebbe ridere un sindacalista!
Così si spiega, penso, il dire che l'espressione "per
l'esterno", per indicare generalmente i “lavori di cura",
è “lavoro di relazione". E' forse troppo presto per mettere in
crisi gli attuali criteri generali di classificazione del lavoro,
consolidati se non altro dall'abitudine e dal potere? Si è
cercato, dicevo, di rivalutare la prestazione, a volte tenendo un
linguaggio asettico che non si discosti da quello conosciuto:
"L'infermiere professionale deve essere in grado di svolgere
innumerevoli attività tecniche di diversa entità. Ad
esempio un'attività apparentemente 'povera', come quella di
mobilizzare un paziente costretto a letto, presuppone conoscenze
tecnico-scientifiche e abilità pratiche che permettono di
muovere il paziente correttamente senza procurargli dolore, evitare
vizi di posizione, piaghe da decubito" (Coordinamento..., 1990:64). E'
stata anche giustamente notata la notevole tolleranza psico-fisica che
deve avere un'infermiera per "esser sveglia all'istante a una chiamata,
in piedi e funzionante per tutto il tempo necessario, e, poi,
riaddormentarsi non appena può sdraiarsi di nuovo. Tutto
ciò non ha mai trattenuto le infermiere, e le donne in genere,
dall'ascoltare piene di rispetto i medici che piagnucolavano
perchè il loro alto reddito era giustificato dal fatto di venir
svegliati la notte per visitare i loro pazienti... Le donne dovevano
alzarsi molte più volte, star su molto più a lungo, e non
erano né pagate né ammirate per farlo." (Haden Helgin,
cit. in Kramarae e Treichler, 1985: voce Nurse).
Nel voltare l’ammalata dall'altra parte ( perchè la schiena
purulenta e maleodorante sia lavata e profumata), cercando di
risparmiarle dolore, è implicata non sol/tanto forza e
destrezza, ma capacità di concentrazione, tatto e coraggio; in
quei momenti il lavoratore è vigile a cogliere i bisogni della
malata anche non immediati; deve necessariamente entrare in intimo
rapporto con lei, "gestire" l'espressione delle sue emozioni e delle
proprie...
Se l'infermiera psichiatrica Laura non si fosse messa in gioco coi suoi
sentimenti e le sue emozioni ("usando cioè me stessa come
strumento di lavoro") delirando con Valeria "dalla rabbia impetuosa",
non sarebbe stata utile all'ammalata. Si sarebbe inoltre presa una
sedia sulla testa e avrebbe fatto la brutta figura che fanno i
professionisti quando gli ammalati "fanno putiferio". In ogni caso,
alla fine del suo turno, si è sentita "come se i pazienti mi
avessero consumato, al punto da lasciarmi vuota e senza niente da
dare". (Gnocchi, 1991:30, 31, 60, 101).
Il linguaggio dell'emotivo irrompe senza volere, poiché il
lavoro di cura, avendo una grossa componente emozionale (fondamentale
per raggiungere il risultato atteso), non può esser contenuto
nei ristretti, artificiali argini del lavoro 'manuale' o
'intellettuale'. Margaret Mead " notava che l'assistenza
infermieristica è, più di ogni altra, il momento che
può ricostituire la fiducia delle persone nella relazione
esistente tra le mani, il cuore e la mente: è una delle poche
situazioni in cui è possibile fare esperienza dell'importanza
delle mani” (Autton, 1992:56).
Nelle capacità che le donne esprimono, non sono forse la
sollecitudine la prontezza, la creatività, la lucidità
mentale, l'intelletto..., a cooperare? Per citarne alcune: "la
capacità di stabilire modalità e condizioni ottimali per
intervenire o astenersi" (Artusio, 1991-92:75); le capacità di
relazione, di mediazione dei conflitti, di comunicazione ( la
capacità di giostrare con l'equilibrio delicato di ciascun
individuo e di questo in un gruppo" (James, 26); la capacità di
lavorare attraverso "l’incontro-scontro tra le diverse culture", dove
l'emozione dell'altro e compresa anche tenendo presente il contesto
culturale e sociale di chi l'esprime...); capacità di "gestione
flessibile delle risorse, in primo luogo di tempo" (Manacorda, cit. in
Coordinamento..., 1990:76); capacità di affrontare
attività complesse e numerose; la “flessibilità e
duttilità nei confronti dell’imprevisto, del “molteplice", "la
responsabilità di decidere in condizioni d'incertezza..." (ib.)
In questa cooperazione la comprensione si espande. "Il diverso nel
lavoro delle donne non è nelle doti innate", ma in una
"modalità di approccio alle situazioni in cui il sentire non
è scisso dal pensare e agire, ma forse significa pensare ed
agire diversamente" (Coordinamento...,1990:56). Si può forse
riassumere il tutto dicendo che le tecniche della tenerezza" consistono
nella sintesi concreta di capacità emozionali intellettuali e
fisiche. Di fatto ciascuna sfaccettatura della capacità “del
cuore” può combinarsi con le altre capacità emozionali e,
ancora di più, ognuna di queste interagisce con le
facoltà fisiche e intellettive, le modifica e ne viene
modificata. Nel lavoro intellettuale si usano spesso anche “le mani” e
in quello manuale l’intelletto, e in tutte e due l’emozione, e in
quello emozionale le altre due.
Novarra scrive che "il concetto di espressione emozionale o sforzo come
lavoro è piuttosto estraneo, naturalmente, all’idea
convenzionale di lavoro", ma si tratta di pregiudizi maschili", che
derivano dal fatto che il suo modo di lavorare è sconvolto,
privo di comprensione, di sollecitudine e d'armonia (o senso delle
proporzioni), e non senza conseguenze: "l’ufficio personale e
l’assistente sociale sono li per affrontare i casini emozionali . Non
per nulla a chi lavora nell’ufficio personale è stato assegnato
un ruolo ‘femminile’” (Novarra, 1980:24). Adrienne Rich aveva
già messo in luce come siano soprattutto le donne, in “lavori
mal pagati”, e “ruoli sentimentalizzati” a trovarsi ad affrontare
"nella presenza concreta di individui viventi (bambini, utenti
dell'assistenza, malati, vecchi), le conseguenze della crudeltà
e indifferenza di maschi potenti che controllano le professioni e le
istituzioni. E' dalle donne che ci si aspetta che venga assorbita la
rabbia, la fame, i bisogni insoddisfatti, la sofferenza fisica e
psichica di vite umane che divengono statistiche e astrazioni nelle
mani di scienziati sociali, funzionari governativi, amministratori... "
(Rich, cit. in Leghorn and Parker, 1981:178).
In un solo caso ho trovato questa decisa dichiarazione: "il lavoro
può essere fisico, intellettuale o emozionale" (Novarra,
1980:24). Purtroppo Novarra non chiarisce le implicazioni delle sue
parole. Intesi in questo modo, ciascuno dei tre tipi di lavoro ha
dunque lo stesso livello di generalità. L'espressione "lavoro
emozionale" contiene nella sua generalità tutte le
attività che fanno riferimento in modo particolare alle
capacità "del cuore".
In quanto lavoro concreto, cioè prendendo in considerazione la
sua utilità, il suo"valore d'uso", il lavoro emozionale si
separa dagli altri, quindi può affiancarsi ad essi. Ogni lavoro
prende nome dalla sua mansione più significativa, più
difficile. In molti casi non è, ad esempio, la capacità
di capire e interpretare i bisogni dell'altro, il sine qua
non del lavoro? (Non pensiamo soltanto ai malati in terapia
intensiva ventilati artificialmente, dunque non in grado di parlare
normalmente, o ai neonati..., ma al fatto che la maggior parte dei
problemi di salute hanno a che fare con le emozioni).
Introdurre la capacità emotiva significa considerare la persona
e le sue possibilità lavorative in modo più articolato e
complessivo. Tenerla presente è importante per fissare con
più accuratezza uno standard di equivalenza tra i diversi
lavori. E' una preliminare operazione per rendere confrontabili i
lavori e stabilire il loro reciproco valore.
Il dibattito attuale sui modi per prevenire la condizione di
'burn-out', di "esaurimento fisico, emotivo, relazionare", che spesso
sopravviene "dopo mesi o anni di impegno generoso" nei lavori di
cui parliamo (Rossetti, in Cherniss), mostra come non sia
soltanto utile ma urgente trovare la 'giusta misura' anche per questi
lavori. Per "amministrare al meglio le risorse umane e professionali"
è di cruciale importanza sanare "lo squilibrio tra risorse
disponibili e richieste", esterne ed interne (Cherniss, 1983:7). Per
fare questo si propone sia di eliminare o ridurre alcune delle
richieste esterne, sia di rendere più realistiche le
aspettative degli operatori (ib.:36 e sgg.) Ricordo qualche proposta
concreta: il lavoratore/la lavoratrice devono trovare lo spazio per
essere a loro volta “emotivamente sostenuti", ed aiutati a "prendere in
esame le proprie sensazioni", per “comprendere e gestire in modo
costruttivo la propria risposta emotiva al lavoro” (ib.:113, 118);
devono darsi il tempo necessario a riflettere e meditare sulla propria
esperienza di lavoro (ad esempio programmando pause sul lavoro e
prendendosi giorni di vacanza richiedibili con breve anticipo
(ib.:167,185); si da anche l’avvertimento: “non sconsigliare il
part-time”. (ib.:185).
4. Conclusioni.
Si dice che le donne siano superiori agli uomini in molti dei lavori di
cui parliamo: è vero come un pregiudizio di popolo? H. (ilda) D.
(oolittle) in effetti s’accorgeva che il suo “modo d’aver ragione”, le
sue intuizioni “scattavano più velocemente [di quelle di Freud
nda] spaccando il secondo (che è quello che conta nel computo
del tempo spirituale)”, e andavano più in profondità:
“antenne quasi invisibili, sottili come capelli che talvolta facevano
vibrare nell’aria un avvertimento o risolvevano un problema…” (H.D.,
1973:180) E gran parte degli uomini le avrebbero dato ragione, se si
fossero dati la pena di leggerla, poiché essi spontaneamente
esaltavano la naturale sensibilità (6), anzi la dedizione del
gentil sesso. Per non parlare poi della sua superiore capacità
morale (davvero necessaria con esseri indifesi), dimostrata dal fatto
che le carceri sono piene di uomini. L’intuito, alcune donne
correggevano, è frutto di secolari esperimenti, temprato da
“un’esperienza dura, passione e disperato coraggio” (Spender, 1982:95).
E’ giusto anche ricordare a questo punto il processo di trasformazione
che ha attraversato la famiglia negli ultimi secoli, al cuore del quale
si è posta la madre educante e affettuosa verso i figli
(vedi Saraceno 1988:133-143) – che si prende cura di loro fin
dalla nascita e li allatta al seno (ib.:142) -, e che da sostegno
cognitivo ed emotivo al partner (Barbagli, 1990: 224-226)(7). I padri
s’impegnarono nella creazione e assegnazione di queste nuove mansioni
alle madri – e non a se stessi -, non soltanto i moralisti, i medici, i
riformatori, i pedagoghi, i preti (Saraceno, 1988:136-137).
La società oggi riconosce esplicitamente la superiorità
femminile quando, sulla base dei “superiori interessi dei figli”, li
affida quasi sempre a lei dopo una separazione o un divorzio. Ne
riconosce la superiorità inoltre nella misura in cui molti
lavori vengono affidati alle donne sulla sola base delle
“qualità materne” delle lavoratrici. Voglio aggiungere che i
curriculum scolastici dove si studi pedagogia o psicologia, sono
prevalentemente seguiti da donne. Sono loro che cercano di impadronirsi
dei ferri del mestiere. E sono le donne inoltre -più che gli
uomini-, a confidarsi tra loro su questi argomenti e a passarsi
qualunque informazione utile. Purtuttavia tutti questi elementi
non escludono che ci siano uomini che hanno raggiunto -
attraverso fortuna, sfortuna, esperienza e apprendimento –
maturità emozionale e competenza. Necessariamente parliamo di
una superiorità femminile media statistica (8), da valutare
individualmente.
Le donne oggi stanno puntando molto proprio sul riconoscimento (la
“valorizzazione”) dei lavori di cura. In particolare a Torino, sulla
base di una ricerca, per garantire pari opportunità alle
lavoratrici nei settori dell’assistenza e scuola della pubblica
amministrazione (Comitato… 1994), sono state fatte le seguenti proposte:
a) Corsi per creare consapevolezza sul valore produttivo, sul
contributo al prodotto, del proprio modo "femminile" di lavorare.
"Senza la capacita di mediare a volte non si finirebbe il lavoro."
Inoltre lo stress aumenterebbe. (E' un pò come prendere in
considerazione il contributo dei lavoratori della mensa al prodotto
finale: nutrendo i lavoratori, lo rende possibile ).
b) Il riconoscimento della maturità psicologica della persona,
delle capacità psicologiche. (Questo riconoscimento è
stato proposto anche in Francia, ai fini della valutazione del lavoro.)
Riconoscimento che nasce dal fatto che si considera il lavoro familiare
svolto da bambine e adolescenti, e quello di fare e allevare figli
svolto dalle donne adulte come formazione pregressa al lavoro di cura.
c) Il riconoscimento delle mansioni di cura. Per esempio si è
chiesto il passaggio da una categoria inferiore a una superiore per i
bidelli, quando il loro lavoro includa mansioni di cura.
d) Corsi di formazione per perfezionare le capacità acquisite.
Finora questi corsi sono stati offerti ai quadri dirigenti
perché apprendessero a gestire i sentimenti e a riequilibrare le
energie psicofisiche messe a dura prova nei loro
ruoli. Tuttavia sono non meno necessari e forse di più nei
lavori subordinati, dove l’emozione è coartata e si dipende
dalle decisioni e dal carattere altrui.
Molte donne sospettano che le lodi e i riconoscimenti formali maschili
non siano che maschere/maschili di c/attiva volontà: di pagare
con la lode senza accettare la lode per paga. Il lavoro svolto dalle
donne con cura non ha mai dato luogo neppure ad una descrizione del
lavoro, men che meno alla sua paga, anche riguardo alla gran mole di
lavoro in più per i figli loro affidati (sempre per merito
della loro superiorità).
Oggi che invece di virtù parliamo di virtuosismi, di talenti, di
capacità, di contrattazione, gli uomini sosterranno comunque la
"superiorità femminile?
Riconoscere i diversi aspetti emozionali del lavoro, tra l'altro,
metterebbe in gioco non solo l'ordine gerarchico presente tra uomini e
donne, ma anche tra uomini (9). Sotto un’indiscussa, infine
riconosciuta, leadership femminile.
Attraverso l'analisi del lavoro di cura e la sua concettualizzazione
come lavoro siamo arrivate, da una confusamente affermata
"diversità" sessuale sul lavoro – da “rispettare” - a una
riconosciuta differenza di capacità.
Questa ricerca
è stata svolta con un contributo MURST 60%
Desidero
ringraziare, per gli interessanti stimoli e utili consigli che mi sono
stati dati anche a seguito della lettura di una precedente stesura del
testo, Vanessa Maher, Elisabetta Donini, Piera Zumaglino, Lidia Rizzo,
Chiara Ronco Maria Vittoria Giannelli, Laura Derossi
Note
1) Questo articolo è una rielaborazione del mio intervento al
Seminario-organizzato dal Coordinamento europeo delle donne (CED) e dal
Coordinamento donne della funzione pubblica C.G.I.L. di Torino "Pari
opportunità per il lavoro di cura: prospettive europee", Torino
(20-21 febbraio 1992). Una prima versione è stata pubblicata su
Reti luglio-ottobre 1992 col titolo Il lavoro emozionale. La versione
completa, dal titolo What is ‘emotional labour’? è stata
presentata e discussa alla 2nd European Research Conference Feminists
perspectives on Technology Work and Ecology Graz University of
Technology Austria July 5-9, 1994 ed è pubblicata
nelle Conference Proceedings. Il presente saggio è l’edizione
italiana del saggio inglese, riveduto e ampliato.
I passi citati da opere non
disponibili in italiano sono stati tradotti dall’autrice.
2) Cit. in Kramarae e Treichler, voce Nursing.
3) Allo sporco si dovrebbe dedicare un lavoro a parte. Ho notato che le
infermiere non ne parlano, se non in modo del tutto asettico. Forse il
chiarimento viene dalle parole di una lavoratrice dell'assistenza che
dice: "[i miei parenti ] mi dicono che sono matta a farlo, loro non lo
farebbero.., immaginano questo posto come un luogo di mostri... pensano
che puoi pulire un anziano, ma una persona dai venti ai 40 anni, non la
puoi toccare, se uno lo fa è matto, un lavoro sporco... loro
pensano che io sia una specie di Cottolengo [riferimento all’Istituto
religioso di Torino dove ci si prende cura per la vita di bambini nati
con gravissime malformazioni. Per visitarlo occorre un permesso
speciale. nda] dove esiste solo cacca e basta..." (Comitato...,
1994:191). Una volta si riteneva che toccare corpi e sporco fosse reso
possibile dal folle amore per Dio: era l'esibizione delle sante
medioevali! Oppure era reso possibile dal coraggio of un’eroina, che ha
meritato per questo di diventare una divinità, per aver
accettato il grave compito di ripulire dallo sterco le immense stalle
di Augia -ovviamente prima di capire che era possibile farlo
pulitamente e in fretta. Sto parlando naturalmente di Ercole e la sua V
fatica! (vedi Graves, pp.439-442) Oppure era una pena per i colpevoli.
Nell'Inferno di Dante gli adulatori si trovano immersi nello sterco
mentre gli assassini, i tiranni e i predoni (in quanto colpevoli di men
grave peccato) sono soltanto immersi nel sangue bollente del fiume
Flegetonte. Una sintesi che equipara l’estremo coraggio nel
combattere/uccidere e toccare sporco e cadaveri si trova nel racconto
delle gesta della “principessa Argia” - e del nobile plotone di donne
che la circonda -, ricordata da Boccaccio e Christine de Pizan
(1983:125-6; a pag. 263 vedi l’interessante commento di Warner). Ma
anche oggi al generale maschio è sufficiente che si fermi
a chiedere al soldato ferito come sta, per essere ricordato nei libri
di storia!
4) Vedi come in India l'insegnamento dello Yoga, - che è
essenzialmente un metodo di controllo del cuore e della mente, è
oggi obbligatorio nelle scuole.
5) James (1989:25-28) presenta molti interessanti esempi di “tecniche
emozionali”.
6) "Il malessere nei piccoli induce risposte immediate nella maggior
parte delle specie animali superiori, dagli uccelli agli esseri umani
-o almeno nelle donne... Uno dei principali argomenti a sostegno di
questa concezione è la breve latenza, circa sei secondi, con cui
le madri, in condizioni culturali favorevoli, prendono in braccio il
bambino dopo che ha iniziato a piangere..."(Frijda, 1986: 380)
7) Studiosi hanno anche sottolineato l’intelligenza e la competenza
femminile nel tessere e mantenere reti sociali e nel trattare coi
servizi sociali e le istituzioni. (vedi Saraceno 1988: 187-188, 227).
8) Per citare soltanto un minimo esempio, secondo una ricerca di G.
Kirouac e F.Y. Dore "non si incontrano grandi difficoltà a
riconoscere l'emozione provata da qualcuno sulla base di fotografie che
ne raffigurino esclusivamente il volto", purtuttavia "le donne sono nel
complesso migliori interpreti degli uomini"(Dantzer, 1992:38)
9) I sindacati italiani si sono sempre opposti ai sistemi di analisi e
valutazione del lavoro (praticati negli USA), in tutti i lavori. Questa
opposizione pare abbia giocato a favore dell’eguaglianza di salario
anche per le donne. (vedi Treu, 1987; Frey, 1987; Barbera, 1991).
Non possiamo tuttavia sottovalutare l’opposizione di un sindacato a
tradizionale e a forte presenza maschile perfino a un dibattito sul
valore comparabile tra lavori femminile e maschili che possa mettere in
discussione, a qualunque livello, comode certezze.
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