Cosa ho in comune io con gli schiavi?
Piero, Ada e la scuola della libertà
Che
ho a che fare io con gli schiavi?
era il motto scelto -
allora - da Piero
Gobetti.
"Dopo" - negli anni della
raggiunta (?) libertà - … Il Giornale
dei Genitori di Ada
Marchesini Gobetti rappresentò un momento di grande
anticipazione
culturale che stenta ancor oggi
a trovare la propria realizzazione… E come poter
collaborare a questa difficile realizzazione?
Che
ho a che fare io con gli schiavi? Intanto, come
medico,
qualcosa ho in
comune: la possibilità di favorirne la liberazione.
Nell'Anno III del Giornale - gennaio 1961- iniziò la
mia collaborazione con
la rubrica - I problemi dei
piccolissimi. Primo articolo: I bambini non capiscono
nulla (Esperienze infantili
che contano, Atteggiamenti contraddittori, Fatiche e sofferenze del
piccino, La "rimozione", Problemi non risolti).
Tutti i links del sito
verranno continuativamente
aggiornati con
l'aiuto di:SEVENtwentyfour.com
Aggiornamenti
e segnalazioni:
Questo
sito e i libri
che ne derivano NON sono di INFORMAZIONE, ma si costituiscono come una
specie di ENCICLOPEDIETEMATICHE, in cui vengono presentati e
discussi vari argomenti
da leggersi e soprattutto da CONSULTAREdi
volta in volta.
A seguito di difficoltà lamentate e relative richieste, l'architettura stessa del
sito è stata modificata in funzione di un più agevole
orientamento: sdoppiato,
il file di prefazione e illustrazione degli indici prende ora un nuovo
nome - Prefazione,introduzione
e indici illustrati - che riinvia a
un differente URL
mentre diventa iniziale e
fondamentale
un file
semplificato dove a prima vista compaioni i links indirizzanti
sui capitoli interni. Dopo
la pubblicazione del libro aggiornamenti
sono già iniziati
e molti altri ne verrano fattisegnalati di
volta in volta nel nuovo file Aggiornamenti e
novità / Novelties on the site: anche se si consiglia di considerare
ancora
con
attenzione le più importanti passate modifiche.
Il sito verrà di
continuo aggiornato: per
cui occorre di tempo in tempo ridargli un’occhiata ed eventualmente
proporre considerazioni,
critiche o informazioni che saranno molto gradite
Come riepilogo dei concetti generali di tutto questo lavoro giunge
molto opportuna la possibilità di commentare una
considerazione
che ci è stata mossa a proposito dei metodi nefasti di
allevamento e
delle loro conseguenze anche nel corso delle generazioni future.
Da segnalazioni come quelle contenute nei files/capitoli Imbroglio è il
contrario di sviluppo, Delgado & Skinner
ecc. l'interlocutore aveva - erroneamente! - dedotto che una
volontà
specificamente "malvagia" operasse con precisi propositi dietro le
quinte per ottenere un simile risultato.
PURTROPPO invece per lo più NON si tratta di azioni programmate
- che
come tali potrebbero quindi venir combattute apertamente: i
comportamenti degli adulti nei confronti dei bambini rispecchiano una
NORMALE curva di Gauss con
agli estremi qui i "buonissimi" - e i loro Maestri - e là i
"cattivissimi" e i loro istigatori; mentre - e qui ripeto
"purtroppo" - al centro si raggruppa una massa generalizzata e passiva
di inetti, di superstiziosi, di adulti non-sviluppati,
di infanzie
malvissute o non
vissute e/o rimosse.
Che ho a che fare io con gli
schiavi?
Dei
novantanove volumi scritti da Voltaire, una frase ne riassume uno dei
punti nodali, un centro unificatore nella difesa della tolleranza
come valore imprescindibile da sostenere accoratamente (Trattato
sulla tolleranza del
1763):
disapprovo
ciò che dici, ma difenderò sino alla morte il tuo diritto
di dirlo
Disapprovo
ciò che dici, ma difenderò sino alla morte il tuo diritto
di dirlo ? sì,
ma purché non si pretenda di "dire" opinioni più o meno
cervellotiche in un àmbito in cui invece si devono trattare FATTI e DOCUMENTI.
Libertà e anticipazione culturale che
[infatti] stentano ancor oggi a trovare la propria realizzazione?
Quale effettiva realizzazione possiamo "anticipare" se invece,
ancor’ora vivo e vegeto e
potente,
c’è anche chi propone un motto ed un
PROGRAMMA
esattamente e pericolosamente antitetici
non segreti ma ufficialmente divulgati e tradotti in molte lingue
(compreso l'italiano da parte di una prestigiosa Casa Editrice)?
Abbiamo
bisogno di un programma
di
neurochirurgia e di un controllo
politico della nostra società: suo scopo è il controllo
fisico della
mente. Si deve poter MUTILARE chirurgicamente chiunque devia dalla
regola data. L’individuo può pensare che la realtà
più importante è la sua propria esistenza, ma questo
è
soltanto il suo punto di vista personale: vi manca la prospettiva
storica. L’uomo non ha il diritto
di sviluppare
la sua propria mente. Questo tipo di orientamento "liberal" è di
grande attrattiva. Noi [invece] dobbiamo controllare il cervello
elettricamente.
Verrà il giorno quando armate e generali saranno controllati da
stimolazioni elettriche del cervello.
We need a
program of
psychosurgery and political
control of our society. The purpose is physical control of the mind.
Everyone
who deviates from the given norm can be surgically mutilated.
The individual may think that
the most important
reality is his own existence, but this is only his personal point of
view.
This lacks historical perspective.
Man does not have
the right
to develop
his own mind. This kind of liberal orientation has great appeal. We
must
electrically control the brain. Some day armies and generals will be
controlled
by electrical stimulation of the brain.
(Da Jose
Manuel Rodriguez Delgado Director of Neuropsichiatry Yale
University
Medical School
- Congression Record No. 26, Vol. 118 February
24, 1974 passim).
(La traduzione di queste
citazioni e le evidenziazioni
sono mie, vedi anche file Delgado e Skinner).
(Si pensi COMUNQUE al
significato LETTERALE
di queste parole dopo un "11 settembre 2001"- chiunque ne sia stato
responsabile!)
E
di Ada Gobetti vedi anche le allegre avventure del galletto uscito dal tredicesimo uovo: libero,
originale, ingenuamente
spiritoso, tranquillamente "diverso
dagli altri" della Storia del gallo
Sebastiano (che si può ancora trovare nelle edizioni Fara o in Einaudi scuola).
Purtroppo -
aggiornando le date, da notare: scritta
sotto il fascismo! - questa favola/apologo di incoraggiamento al non-conformismo,
all'accettata
"goffagine", alla libertà
e amicizia è da
confrontare con l'appassionata
e passimistica denuncia, con l'
ironia dolce e feroce del
recentissimo romanzo di Stefano Benni Margherita
Dolcevita, in
apparenza ancor più fiabesco di altri suoi romanzi di
fantapolitica come Baol. Una tranquilla
notte di regime.
La vita
è breve, l'arte lunga,
l'esperienza ingannevole, il giudizio difficile.
Una storia buffa e gentile di errate diagnosi e pericolosa pseudo-terapia. In una Casa di Riposo
per
Non-Autosufficienti una vecchietta lamentava che tutte le notti la Bes-ccia
[in dialetto = La
Bestia] veniva nel suo letto. Un
delirio, un'allucinazione? Qual'è la cura dei deliri? I
neurolettici indipendentemente dall'età!
Mi sun
pa
fola! La bes-ccia a
y è da bun = Non
sono
matta la bestia c'è
davvero! diceva la vecchietta. Infatti NON era un delirio: la Bes-ccia
esisteva realmente. Ed eccola
qui nel suo sorriso ironico e soddisfatto: non più micino troppo
affettuoso e desideroso di calore umano, ma gattone adulto, "padre di
famiglia", ben pasciuto e ben collocato.
Dall'autorevole Am
J Psychiatry viene una
secca sconfessione: la critica del dr.
Bernard J. Carroll (Aprile 2004) al mega studio di
Schneider
LS, Nelson JC, Clary CM, Newhouse P, Krishnan KRR, Shiovitz T, Weihs K sui pazienti geriatrici
depressi,
chiamandolo un esempio di studio experimercial
(penso non occorra tradurre il gioco di parole in inglese che fonde
insieme
le parole "sperimentale" e "commerciale").
Giuramento
di Ippocrate:
La vita
è breve, l'arte lunga.
l'esperienza ingannevole, il giudizio difficile- affermava Ippocrate:
E comunque "buoni" medici - ed anche onorati e
rispettati - ne esistono pure, da Ippocrate in poi:
Ed anche val la pena rimanga il
ricordo e si trasformi in insegnamento il modo di lavorare di un
"semplice" pediatra (come spiegato - e illutrato! - da Federica Scrimin):
E' la storia di Bruno Pincherle
(incidentalmente: cugino di Moravia), pediatra storico e
proverbiale di
Trieste, illustrata... a sua insaputa da lui stesso. Medico
vecchio stampo, come non è quasi più nessuno, curava,
educava, istruiva bambini e genitori; politicamente impegnato,
combatteva con le autorità per il perseguimento della Salute
con
la S maiuscola. Con estrema semplicità, un po' per sfogo
artistico personale incontenibile e un po' per accontentare, distrarre,
consolare bimbi e genitori, produceva a getto continuo schizzi e
disegni deliziosi, che sono stati gelosamente conservati a distanza di
quasi quarant'anni dalla sua morte (1968), e messi a disposizione
dell'autrice. Storia italiana, leggi razziali, guerra e dopoguerra,
anni del boom; medicina sociale alla Maccacaro, medicina semplice e quotidiana,
buon senso antico (e ora perduto...), cultura (amico di Umberto Saba, nella cui bottega di via
san Nicolò passava molte
ore); umanità, humor, umiltà che diventava fermezza
quando era il caso. Peccato che rimanga ricordo per pochi che
già sanno e non si trasformi in insegnamento. Una sfida!
(Da
una lettera alla redazione della trasmissione radio Fahrenheit.)
Piero, Ada e la scuola della
libertà
Nella copia del programma provvisorio del Convegno
tenutosi a Cassino nel novembre 2001, fornitami dal Centro
Gobetti, erano stati proposti come
titolo di questo intervento: Ada Gobetti e la pedagogia liberale,
oppure Ada pedagogista: avendo però scelto un
titolo
differente, devo fare alcune precisazioni autobiografiche prima di
discuterli
e spiegare come e perché ho preferito cambiarli. Cos’ho in comune io con gli schiavi? Piero, Ada
e la scuola della libertà:
con questo nuovo titolo ho inteso non solo enfatizzare il concetto
generale
di scuola
di LIBERTA’ più consono ai miei interessi e competenze
di quanto non siano
i concetti generali di "pedagogia"; ma l’ho scelto anche
perché
questo Convegno
e la mia partecipazione mi regalano in soggettiva
l’occasione
"maieutica" di precisare alcuni punti chiave del mio pensiero, come
già
era stata graditissima occasione la mia collaborazione al Giornale
stesso.
Con molto piacere e arricchimento personale e culturale vi avevo
infatti
collaborato per lunghi anni a partire al 1961, tenendovi rubriche
continuative: I
problemi dei piccolissimi (1961), I piccolissimi e noi
(1963), ed anche - e questo era il titolo che mi piaceva di più
- Infanzia: un mestiere difficilissimo (1967), oltre a
risposte
ed articoli vari di consulenza e approfondimenti nelle rubriche La
banca dei consigli , Il mestiere di genitore
ecc.;
ed avevo proseguito questo mio impegno - e fedeltà - anche dopo
la
morte
(14 marzo 1968) della fondatrice Ada Gobetti.
La testata presentata vicino al logo del Centro
Gobetti è già quella di una versione successiva
del Giornale
stesso (numero 5, maggio 1972 anno XIV) quando era diretto da Gianni
Rodari, e l’ho scelta in quanto in questo numero si trova uno
dei
miei ultimi articoli (in quest’occasione nell’ambito di una serie
generale
di interventi sulla famiglia): articolo poi ripreso e
ripubblicato
come capitolo di un
libro, e presente come file/capitolo
in questo sito/libro.
Io NON sono una "pedagogista", e per questo non
posso ritrovarmi in un titolo come Ada pedagogista:
sono un "medico",
interessato però ad una "medicina a tutto tondo": questo per me
vuol significare la parola PSICOSOMATICA
che pongo anche come intestazione della mia identità nella mia
corrispondenza. Per natura personale inoltre, sono comunque più
interessata
alla
ricerca ed alla "fisiologia" che alla "patologia": quindi ben
più
impegnata sulle cause
e conseguenze che non sulle soluzioni
purchessia dei malesseri.
Per non dar luogo ad equivoci debbo quindi sia
"raccontare" come ho conosciuto Ada e di come sono entrata a far parte
dei collaboratori del "SUO" amatissimo Giornale dei Genitori,
sia
spiegare
chi "sono" io e di come provengo da una sponda ben differente da quella
degli altri partecipanti al Giornale, al Centro Gobetti
ed al Convegno
dell'Università di Cassino (21-23 novembre 2001: Piero e Ada
Gobetti:
due protagonisti della storia e della cultura del Novecento),
cioè
dalla sponda "scientifico-tecnica" invece che "umanistica".
Questa mia "origine" culturale non è un
inconveniente, anzi. Lo specificherò meglio, ed anche nei
dettagli,
perché così penso di poter spiegare come ho potuto
contraccambiare
con apporti miei nuovi di mentalità e
di dati il "regalo
maieutico"
da me ricevuto da Ada e dal Giornale. E se
per molti numeri del Giornale
i miei articoli hanno accompagnato le più famose Lettere di
Pietro
il Pellicano, in realtà non si sono trovati affatto in
concorrenza.
Nelle mie ricerche mi dichiaro specialmente attratta
dagli INIZI
di ogni fenomeno con preferenza NORMALE: e che
cos’è
più "iniziale" dei primi momenti dell’esistenza, delle primissime
fasi della vita? Cos'è più "normale" dello
svolgersi di uno sviluppo armonioso?
La sopraccitata serie di articoli presentava
infatti
l’argomento apparentemente scontato bambini
piccoli secondo un’ottica differente dall'abituale "invito"
alla
richiesta/fornitura
di "consigli". Scritto da chi proviene dal mondo, non certo solo
"arido" ed "asettico" della
"scienza"
e della "ricerca", tutto vi veniva instradato, sia pure in modo
apparentemente indiretto, verso l’OSSERVAZIONE,
verso esempi invoglianti al saper
cogliere le sfumature e i passaggi, le modificazioni e le sequenze, al non dare per
scontato alcunché e tanto meno a trasformarlo in statica
teorizzazione. Al contrario: tutto vi veniva convogliato verso il
cercar di rendere più facile accettare l'imparare a
riconoscere
e studiare le grandi linee dello sviluppo
sia dei bambini piccoli di oggi, sia di se stessi da bambini di ieri
(come
dice il titolo stesso di questo sito).
Per scendere nello specifico: le
descrizioni in apparenza "facili" e/o episodiche di accadimenti
"banali"
della vita quotidiana di bambini piccoli a cui era dedicata la mia
serie
di articoli in realtà NON erano solo tali: il Giornale dei
Genitori
mi aveva offerto l’opportunità eccezionale di presentare
liberamente
- e meglio ancora: in forma già di primo acchito così
divulgativa
- verità SCIENTIFICHE attinenti alla normalità ed alla patologia
dell’Essere Umano; mi aveva fornito uno spazio straordinario di libera
circolazione di idee ove poter chiarire anche a me stessa concetti
così
fondanti come quelli che stanno all’origine - scientificamente
verificabile - della DIGNITA’ e POTENZIALITA’ umane.
Ma non per chiunque l’infanzia si svolge in modo
"normale" ed ottimale, non certo per tutti l'infanzia è quel
periodo
dorato,
di felicità e dolcezza, e gioia di vivere ed aiuto al diritto di
espandersi:
purtroppo ben numerose sono le persone cresciute dopo esser state
"bambini
dallo sviluppo infelice". Il bambino - anzi il neonato - è
l'adulto
che sarà: ma potrà esserlo per davvero nella sua
completezza quella persona a
cui
è stata TOLTA nell'infanzia l'opportunità di svolgere, di
sciogliere, di sdipanare il tema enorme delle potenzialità
che la Natura gli offre? quella persona alla quale sarà stato
tarpato
lo SVILUPPO?
(Mi piace molto l'idea che nel Dizionario
dei Sinonimi e Contrari del Tommaseo la parola
"sviluppo" si
trovi
solo come contrario nel lemma imbroglio!)
Ma non è un
destino
ineluttabile, non si forma così una "selezione" quasi razzista:
per fortuna molti ex-"bambini infelici" possono (se
vogliono)
"guarirne",
in quanto anche chi non ha "sviluppato" la propria infanzia in tutto il
suo potenziale non sarà condannato senza scampo a vivere solo DA
SCHIAVO. (Ed ecco la mia scelta del titolo Cosa ho in comune io
con
gli
schiavi? Piero, Ada e la scuola della libertà)
Esistono malattie che impegnano il corpo fisico,
ma esistono anche molto numerose e molto invalidanti malattie vere -
non
"immaginarie"! - che impegnano la parte non-materiale, o non solo
quella
materiale della persona: nevrosi
e psicosi non sono
"immaginarie" e
neanche
"misteriose" o da combattersi con la "volontà" (???) o comunque
sia
con cure quasi
superstiziose,
o negate nel "comportamento" con medicine
specifiche.
La cura efficace delle nevrosi (ed anche di molte psicosi) esiste ma
è dura
e spesso molto dolorosa: però, partendo dalle origini e
contribuendo a far rivivere e superare i traumi che avevano rischiato
di
distruggerla,
può RESTITUIRE quanto è stato perso o danneggiato,
può
permettere - a chi se la sente - di ritrovare la
propria infanzia
danneggiata
o spezzata.
Per quanto mi riguarda farei volentieri il medico anche
solo
generico senza impostura e
comunque
MAI da semplice esecutore, ligio a protocolli
calati dall’alto: ma
se
questo campo delle "ricostruzioni" così vasto e così
potente
finisce con l’occuparmi a tempo pieno dal punto di vista lavorativo,
però
mi istruisce di continuo offrendomi - da molteplici diversificati punti
di vista - inaspettati spunti di
considerazione
concettuale su come lo "sviluppo" -
anche sociologico - si espande o si coarta.
Giornale
dei Genitori, n.1 maggio 1959
ARTICOLO di prima pagina:
I pensieri di una giovane mamma: Gli
orecchini della zia
era un articolo del 1959 in cui si raccontava
come il regalo di orecchini ad una neonata venisse rifiutato
perché
presupponeva la "barbara" pratica dei "buchi nelle orecchie".....
Commento del 2001:
... Il pedagogista - per definizione - deve improntare
la sua opera alla costruzione di un FUTURO, quanto migliore ritiene
possibile;
per definizione il pedagogista deve essere OTTIMISTA ogniqualvolta
ritrovi
nel PRESENTE segnali dell’avverarsi dei suoi indirizzi. E così
quest’articolo I
pensieri di una giovane mamma: Gli orecchini della zia che si
trova
nella pagina iniziale del PRIMO NUMERO del Giornale dei Genitori
-
esprime
quasi trionfalisticamente quello che poteva venir visto come l’avvio di
un grosso salto di civiltà.
Io - medico e patologo - vedo invece nel corso del
tempo con piacere
o più spesso con dispiacere (se
non peggio), l’attuarsi - sperato, inaspettato o deprecato - delle
svariate vie di sviluppo dei vari fattori in gioco; io -
medico
pessimista - vedo troppe volte come prospettive "buone" possano poi
rivelare
attuazioni nulle o perverse se non impensabili svolte in
direzioni
opposte.
E qui chiedo e mi chiedo:
Quanti piercings, e collocati in quante
regioni
del corpo, avrà ora la quarantenne "Mirellina" dell’articolo?
E qui vengo ad un secondo filone dei miei interessi
prevalenti: da sempre, fin dai tempi del fascismo, sono molto
intensamente
interessata al concetto di "politica" e accanitamente di libertà.
Qui - sulle teorie e prospettive di sviluppo umano - i due miei
interessi
si fondono: sarò pur sempre uno "scienziato" impegnato nella
ricerca,
ma sono pur tuttavia anche un medico pratico e spero di essere prima di
tutto un cittadino
consapevole. Il lavoro è
una funzione fondamentale della vita civile, ma può essere
anche
una potente battaglia politica; nella vita pratica sono un medico, ma
il lavoro del medico consiste nell' imbattersi continuamente in
situazioni "non normali", se
non
in guai più o meno gravi, che proprio il medico sarebbe
istituzionalmente tenuto
ad ovviare. Ed è proprio con una frase simile - del mettere
a disposizione la mia esperienza sulle "infanzie ritrovate" - che a suo
tempo avevo risposto alla richiesta di Ada ed avevo offerto il tipo
della
mia collaborazione.
Origini culturali
Ada Marchesini Gobetti pensava che io fossi "neurologa",
e come tale mi fece chiedere, tramite mio padre, se volevo collaborare
con il suo Giornale
con articoli e consulenze riguardanti i bambini
handicappati
(tema peraltro comunque sul Giornale dei Genitori
già trattato
da
specialisti ben più competenti ed esperti di me). E così,
come già scritto sopra, il mio incontro con Ada (che pensava di
offrirmi
soltanto l'opportunità di collaborare con il Giornale
dei Genitori) mi diede invece un
dono ben più grande: il via
"maieutico" - in modo analogo a quanto
faceva
Piero - alla riconsiderazione più attenta ed alla
possibilità,
prima di tutto personali, di concettualizzare
ed esporre come
ricerche
le mie osservazioni in proposito. Spesso la mia posizione
dialettica
"da medico" ha trovato un utile, stimolante elemento di
contrapposizione
"pessimistica" con le posizioni
ottimistiche
di Ada: il pedagogista, il partigiano, il politico mira alla
costruzione
di un FUTURO quanto migliore
possibile,
il medico - per professione cauto e spesso scettico
- invece ha a che
fare
quotidianamente
con i GUAI PREGRESSI, con la
correzione
degli inconvenienti se non dei disastri, con la CURA SUCCESSIVA, non
con lo sforzo di attuazione futura di progetti se non di utopie.
Comunque, proprio a partire dalla mia collaborazione
al Giornale,
ho continuato a trovare sempre più profonde e
robuste
radici POLITICHE inerenti allo studio attento di queste fasi
di sviluppo normali: fasi di sviluppo NORMALI come fonte di
libertà
e chiarezza, di saggezza e tolleranza, di CIVILTA’ e di LIBERTA’.
Ma qui torniamo in pieno alla valenza POLITICA
non solo privata o terapeutica di tutto questo: quasi con - ingenua -
sorpresa
dal punto di vista concettuale mi sono accorta di quanto questo settore
della cultura, della scienza, della terapia sia invece ferocemente
osteggiato,
di quanto la battaglia contro
la memoria sia furibonda (vedi il caso della
sistematica
distruzione
morale ed anche fisica di uno scienziato e di un appassionato
teerapeuta come Bruno
Bettelheim). Lavorando con i "rivissuti" e con le "infanzie
distrutte"
ho scoperto una serie inimmaginabile di disastri ed anche di terribili
crimini impuniti e segreti: e quindi ho capito meglio quanto
questo
lavoro, in apparenza silenzioso e paziente, contenesse in sè
un'enorme
valenza POLITICA (vedi in proposito lo Statuto
e l'intero sito dell'Associazione
italiana, scientifica e giuridica, contro gli abusi mentali, fisici e
tecnologici).
In fondo sto dedicando ora questo lavoro
anche alla memoria di Ada (e di Piero), ecco perché all'inizio
di questo file/capitolo presento due differenti iconografie: non solo
differenti ma
NEMICHE,
a significare quanto abbia continuato a lavorare per cercar di
render nota e mettere
in risalto l’esistenza di queste due prospettive
antagoniste
e operativamente contrapposte.
Non è solo teoria, ma battaglia; non
si
tratta di giochi
cartacei ma di fatti e di persone in carne ed ossa
impegnate
ovunque in un furibondo scontro di forze, di forze non solo concettuali
e astratte ma terribilmente immanenti politicamente su tutti:
1) categoria di SVILUPPO,
CONOSCENZA, DIGNITA' E PIENEZZA DELL'ESISTERE
2) o al contrario di (AB)-USO
dell'uomo sull'uomo, di controllo politico
- anche mutilante (vedi
citazione
e illustrazione iniziale di Delgado)
- della
società.
Biochimica
Per conoscere più in dettaglio
le mie origini culturali, esaurienti spiegazioni si trovano nel
file/capitolo Quando la cartella
clinica è terapeutica, ma anche qui le riassumo e le
commento.
La scienza istituzionalmente chiamata in ogni
lingua Patologia Generale si
occupa di tutto il sistema variegato e
composito
delle cause, concause, situazioni, interazioni … che tendono a
modificare
il normale svolgersi dei fenomeni vitali nel loro normale interagire -
in termini tecnici si dice: "omeostaticamente" - con l’ambiente interno
ed
esterno, con l’evolversi in armonia "fisiologica" delle variazioni
continue
ad essi sottese. Ma questo ne è solo un aspetto: cause isolate e
soprattutto i ben più frequenti raggruppamenti - costellazioni
- di cause e concause agiscono in vari modi incidendo sulla "salute" -
s’intende: sugli equlibri dinamici
della salute - attraverso varie
possibilità
d’azione. In gergo tecnico lo studio delle cause si chiama eziologia
mentre lo studio dei loro meccanismi d’azione si chiama patogenesi: e
sia queste che quelle possono venir studiate, descritte, rese oggetto
di
ripetibili e confrontabili esperimenti o di ripetibili e confrontabili
- ippocratiche
- OSSEVAZIONI.
Uno dei settori in cui cause e concause, loro meccanismi
d’azione e loro conseguenze possono venir studiati a tavolino ed
evidenziati
in modo scientificamente valido e ripetibile è quello CHIMICO,
ed
una delle vie per rendere evidente (ed
a chiunque) questa serie di
processi
chimici è quella di renderli attivi magari in preparati visibili
al microscopio, nelle "fettine" istologiche di millesimi di millimetro
di spessore: in esse si possono render vistosi i fenomeni che vi si
innescano
se le si prepara e poi opportunamente colora, o addirittura se si fa in
modo che si "fotografino" da sole qualora si studino queste variazioni
marcandone i componenti con isotopi radioattivi.Ben prima della laurea
in Medicina, dal secondo al
quarto anno del corso, avevo lavorato come allieva interna appunto in Patologia
Generale cioè nel campo della ricerca
pura attraverso
l’Istochimica
ed anche l’Istoradiologia, (ed avevo anche pubblicato alcuni lavori
originali).
In altri termini mi ero attivamente occupata di BIOCHIMICA,
attraverso
lo studio dell’istochimica anche valendomi del - apparentemente
entusiasmante
- supporto degli isotopi radioattivi: avevo cioè messo
direttamente
le mani - in senso reale non solo figurato - "dentro" questo mondo di…
millesimi di millimetro assolutamente esatti, di reagenti, di processi
chimici e chimico-fisici, di precisioni… e di curiosità derivate
dalle novità apparse, novità da assecondare con nuove
ricerche
materiali
e tecniche.
Ben diversamente dalla situazione politico-sociologica
generale degli anni Cinquanta, la situazione Universitaria e
Ospedaliera
- forse comunque un po' "paternalisticamente artigianale" - dei miei
inizi
di carriera era molto più "libera" rispetto a quanto sarebbe
stata in seguito per poi ancor peggiorare ora: potevo far l'allieva
interna in Patologia
Generale e impostare anche ricerche personali, e potevo venir
mandata -
ufficialmente - a imparare metodi nuovi di ricerca in un Ospedale (il Mauriziano
di Torino) dove erano davvero all'avanguardia - benché nel loro
modo artigianale, se non magari anche piuttosto grossolano e privo di
opportune
precauzioni - nelle ricerche con isotopi radioattivi.
E qui apro una parentesi per segnalare un fatto
che troverà la sua importanza nelle argomentazioni
"politiche
" successive. La Scienza
con la "S" maiuscola è esercitata
da persone, in modo più o meno opportuno, onesto, serio,
logico, attento; ma in ogni caso gli esseri umani con i loro
comportamenti
"personali" e ancor più con i loro comportamenti "professionali"
e "pubblici" a loro volta si costituiscono come cause e concause di
accadimenti
successivi - buoni o cattivi che siano.
Il fatto di aver conosciuto nell’ambito della cosiddetta
attività
scientifica direttamente in atto questo fattore umano anche "in
negativo" trasforma in dovere sociale
il metterlo in evidenza: prima di tutto per sfatare l’alone MITICO che
circonda la "Scienza", che accompagna gli inesperti nell’ammirazione
spesso superstiziosa
delle Scoperte,
che
circonda i "numeri" e le - non si sa come ottenute - statistiche,
nonché le formule
chimiche
facili da sparare a vanvera per proporle
come farmaci toccasana.elemento di
conoscenza
"antropologica"
fondante così acquisito direttamente, a questo
fattore
umano "in negativo" che introduce a conoscenze che dovrebbero
venir più considerate e quindi meglio mantenute sotto un
PUBBLICO
controllo: un elemento psico-sociologico di
mancanza
di cautela, di faciloneria, di spavalda sicumera se non di ricerca
anche
violenta di lautissimi quasi truffaldini profitti e di Potere J.
Delgado, ma anche il file/capitolo Basta un poco di
zucchero e la pillola va giù..., nonché il suo
parallelo in un altro sito e libro Malattie rare in
offerta speciale e i commenti più diffusi,
dettagliati e polemici in Imbroglio è il
contrario di sviluppo).
Ho accennato alla mia impostazione ed
esperienza
diretta del settore "scientifico" della conoscenza umana, ma mi preme
accennare
anche a quest'altro da parte di e/o per conto di molti "scienziati"
stessi (vedi non
solo La mia scarsa abilità manuale (per la
ricerca ne occorre molta), una certa "noiosità" di ricerche
abbastanza
lente e monotone, qualcosa che già a vent’anni non mi quadrava
nell’ambiente
universitario e qualcosa di truffaldino che subodoravo nel campo della
ricerca chimica (però mai assolutamente immaginando neanche alla
lontana quale bolgia di "tangentopoli" gigantesca vi fosse sottesa) mi
convinsero a spostare NON i miei interessi - che rimanevano sempre strettamente
legati al concetto generale di RICERCA delle cause, dei meccanismi e
degli
effetti - ma la mia partecipazione verso il campo della Medicina
in
azione, della clinica al letto dei pazienti.
Senza far molta strada - in senso letterale topografico
- e senza chiedere troppe autorizzazioni - sempre ringraziando la
solita
atmosfera "paternalistico-artigianale" di allora - ero passata
all’interno
del Mauriziano stesso dal corridoio e sotterranei di corso Turati (dove
ero emissaria della Patologia Generale
Universitaria) al Reparto di
Medicina
6B di corso re Umberto per impararvi come allieva interna
la
Medicina Generale (per esserne ammessi il Mauriziano chiedeva un
concorso:
stavolta meno artigianale). Ma anche qui in poco tempo avevo avuto la
sensazione
di trovarmi in una grandissima confusione e in un dedalo di
ingiustizie:
pazienti etichettati come "isterici", come "nevrastenici" (allora si
diceva
così) erano invece affetti SICURAMENTE da patologie gravi e
magari da
LAVORO
(da cui litigate epiche con il primario il
piccolo pulcino che litiga con
il grande gallo
diceva il medico capo del reparto). Invece
di arrendermi ne ho tratto un
grandissimo insegnamento indirizzante:
inaspettatamente mi ero accorta (in scienza l'inaspettato che dà
grandi informazioni si dice serendipity)
che l'ANAMNESI,
cioè la raccolta delle informazioni dal
paziente,
non solo era fondamentale come STRUMENTO DIAGNOSTICO
spesso molto migliore di sofisticate - se non invasive - analisi
strumentali;
non solo un’anamnesi accurata definiva bene anche
la famosa distinzione tra nevrosi (invece spesso curate per traverso
dando
retta alle strambe lamentele dei pazienti) e non-nevrosi (tipo appunto
le malattie da lavoro con le loro patologie atipiche e
l'enormità
di ingiustizie a loro carico):
ma diventava anche e persino - e qui sta l’INASPETTATO
REGALO! - uno STRUMENTO
DI CURA.
E a quel punto per semplificare la confusione e per smettere
di sentirmi un impostore, ero passata a imparare bene l'uso di
questo
strumento. Io e le mie cartelle cliniche siamo così di nuovo
emigrati: da corso re Umberto verso il primo piano di corso Turati
(dove c'erano i poliambulatori e polireparti fra cui anche la Neuropsichiatria).
Per mia fortuna continuava l'atmosfera artigianale:
il Primario Romero - dai vasti interessi - mi diceva vai e fai (beh
si
fidava…) e nei pochi minuti liberi andando per i corridoi verso i
reparti
che ci avevano chiamati mi spiegava qualcosa e mi consigliava libri… E
dopo laureata e abilitata (gennaio 1958) mi aveva fatto avere il posto
di Assistente pagata … (Cosa che adesso sarebbe impensabile.).
Bambini
piccoli al Valentino
La fantasia ABBANDONATA dalla
ragione produce mostri
impossibili: con essa
è madre delle arti e origine delle sue meraviglie
Ma nel frattempo era nata la mia prima figlia ed
allora di punto in bianco a ragion veduta avevo deciso di dare le
dimissioni
dall’Ospedale e di limitarmi al lavoro privato senza vincoli di orario
e senza vincoli di "pendolarismo". Questo però non è
stato causa di perdita né di tempo né tanto meno di
informazione
e formazione professionale: dai bambini
piccoli al Valentino ho imparato tantissimo, correggendo
e integrando la cultura libresca sullo sviluppo non solo
infantile
e su tutti gli SVILUPPI
PERSONALI; e dalla "cultura" del campo-giochi,
animata dal
sostanziale melting-pot in cui già
allora si trovava Torino, ho potuto pure dare inizio ad uno
studio non
solo
dilettantesco dell’antropologia
culturale (vedi Congressi
ICAES).
Demografia: sono ormai una minoranza i
residenti da più di una generazione A Torino abita il mondo (da La Stampa Cronaca
31/1/2006
di Maria Teresa Martinengo
L’immigrazione
dall’estero non porta aTorino cambiamenti epocali: i torinesi sono
già
il frutto di una lunga serie di
stratificazioni di flussi migratori che
si sono susseguiti per tutto il ventesimo secolo. E che, semplicemente,
proseguono». Parole dell’assessore alla Statistica Gavino Olmeo, fiero
della sua origine sarda, pronunciate ieri alla presentazione di Lontano da dove?, studio sulle
origini geografiche dei torinesi.
Gioco, campo-giochi dei giardini pubblici, bambini nei
loro liberi giochi... e anche collaborazione con il Comitato Italiano Gioco
Infantile...: in particolare dal Gruppo Amici del Gioco Infantile -
GAGI - mi è stato pubblicato un libretto Il corpo come unico
bersaglio del bambino (e adulto) annoiato (Quarto ‘quaderno’ del
1979ANNO
DEL BAMBINO) da cui derivano i paragrafi seguenti.
Una concezione estremamente riduttiva, grettamente utilitaristica, sotto
pressione afferma che per tutti i cuccioli, bambino compreso, il gioco "serve"
per prepararsi alle attività adulte. E molte famiglie,
molte popolazioni, molti ambienti si comportano di conseguenza:
permettono - il che spesso vuol dire molto di più che la parola
in sé: vuol dire determinano, insegnano, offrono senza
alternative - soltanto i "giochi" che prefigurano settorialmente una
futura attività (cosa che non accade neppure fra gli animali).
Ad es. per le bambine "povere" la bambola, e poi l'accudire ai
fratellini e alla casa; la lettura e gli spettacoli, le
festicciole coi pasticcini, le
lezioni di sport e di lingue, i viaggi... dei bambini "ricchi". Altri
invece parlano di fantasia,
mitizzando presunte capacità ultra-creative dei bambini, dei
piccolissimi: ammirano - invece di preoccuparsene - stranezze in cui
non si sintetizzano conoscenze e sensazioni,
ma soltanto proiezioni allucinate in un gioco di specchi di pure
sensazioni non verificate e/o di immagini simboliche dove stati
d'animo caotici e intempestivi tentano di definirsi ritorcendosi su
se stessi. In molti casi il teorizzare su di un presunto "normale", "di tutti" mondo tutto
interiore impedisce di accorgersi di gravi malesseri, impedisce di
riconoscere che non si ha a che fare con "normali" fantasticherie
infantili, ma con giochi e bizzarrie che non rispecchiano
organizzazioni di pensiero - il bambino ha cento
lingue - bensì solo rifugi nell'oblio di un grande
dolore: nell'atmosfera rarefatta, da incubo descritta
nell'impostazione datale da Melanie Klein, alligna una fantasia senza
gioco che è già
"delirio", che è già la via della "pazzia" e genera i mostri de il
sonno della ragione[che]produce
mostri...
Nel
1932 M. Klein con la pubblicazione
del libro La psicanalisi dei
bambini affermava che tutti i
bambini sin dai primi mesi di vita
attraversano difficoltà e disagi, a causa della loro
immaturità
neuro-psichica sin dall’abbandono dell’utero materno, pervasi da
fantasie e angosce primordiali persecutorie e depressive...
Il bambino "sano" non nasce cieco e sordo come i gattini o i
cagnolini,
ma con occhi e orecchie ben funzionanti: già tre mesi prima
della nascita l'ambiente che lo circonda è pieno di suoni, e
"dopo" è pieno di luci, figure, movimenti, sensazioni
visive. Già prima della nascita la sua mente è in grado
di "sognare": ma tutto questo - suoni, visioni, sogni - finché non
può venir "verificato-digerito" non è persecutorio, ma
è inverificabile,
non è "reale", non permette arricchimenti interiori, e pure
può a lungo andare divenir
"indigeribile" se non intossicante: per venir verificato deve confrontarsi con concomitanti sensazioni tattili,
e ripetizioni, ma ripetizioni concretizzate attraverso sue proprie
richieste.
E questa
verifica è già gioco: cominciando così
presto a "giocare" il bambino può imparare a
verificare, a fare ordine, a diventare padrone delle
cose: guardarsi
intorno, distinguere oggetti e fatti dalle visioni dei sogni, unificare
le "cose" e se stesso attraverso il concomitare delle
sensazioni-situazioni porta a raggiungere anche i rassicuranti
meccanismi di causa-effetto. Anche la fame,
la
sazietà, il
succhiare possono venir immessi in un gioco e smitizzare la loro carica
eccessivamente drammatica; e la madre può fin dai primissimi
tempi diventare in determinati
momenti - scelti dal bambino! - una partner alla pari. Una
bella pagina del libro Bimba col fiore in mano
della scrittice Elda Bossi - curiosamnte ora più facilmente
rintracciabile nella traduzione in inglese - descrive la bambina di
meno di due mesi che al mattino al risveglio gioca con un raggio
di sole dimenticando persino di aver già fame; ma
chiunque guardi un lattante sano in un ambiente sano può vedere
con quanto impegno egli tenda insieme ad allargare il suo mondo ed a
farlo veramente concretamente suo. La"vera"
fantasia è un tipo di pensiero che presenta sinteticamente le conoscenze abbinate
alle sensazioni: non è del tutto vero che nelle prime
fasi di ciascuno sono le sensazioni-azioni - pensiero senso-motorio
- che organizzano la mente, poiché esistono individui in cui il
pensiero preesiste e cerca conferme successive nelle sensazioni-azioni:
ma questo tipo di pensiero già in sè più
"espanso", se diminuisce le richieste di spazio circostante a chi
l'ha in dotazione genetica, richiede
però un apporto molto maggiore di sollecitudine
affettiva (dalla cui carenza deriva il veramente falso assioma
che genio
e pazzia
debbano coesistere).
E' comunque vero per chiunque che ogni volta si presentino
problemi o situazioni della serie orale non può esistere
pensiero e neanche fantasia vera - che è una modalità del
pensiero - senza un corrispettivo di sensazione concreta, di contatto
e/o di movimento: in altri termini non può esistere fantasia
senza "gioco", e gioco che coinvolge più o meno ampiamente
"altri" e la loro sollecitudine, disponibilità affettiva,
concretezza di presenza "calda", collaborazione, approvazione
rilanciante. Ed è il gioco, la voglia, la possibilità
materiale, il
permesso di giocare, che - ancorando le sensazioni sfuggenti a
situazioni ripetibili - libera dalla tirannia delle sensazioni
mutevoli dal caos dell'indistinto. Le fantasie a vuoto in cui si
rappresentano le sensazioni sono altrettanto sfuggenti di queste; ancor
peggio: le presentano ingrandite e sempre più inafferrabili,
mentre al contrario il gioco delle scnsazioni-situazioni permette di
definire il Se
stessi dal resto, e dà origine all'Io.
Cultura da
diffondere e progetti su cui impegnarsi
Pensardo al gioco si tende a definire come tale il settore di
attività
libero da vincoli: ma questo è di nuovo l'equivoco che
porta a
mitizzare la fantasticheria delirante. In molte lingue (ad es.
francese, inglese, tedesco) si usa il termine "giocare" (jouer, to
play, spielen) per indicare oltre al gioco infantile anche
un'attività
professionale artistica interpretativa,
esecutiva (del pianista,
dell'attore ecc.) e
questa accezione di un'attività sì di tipo artistico ma
non originale
si attaglia bene a tutto un settore di gioco vero e proprio. E' questo
il gioco più frequente, il gioco per lo più permesso
anche ai bambini meno fortunati, il gioco imitativo, il gioco del
"allora eravamo", il gioco che più o meno consciamente molti
adulti "recitano" in vacanza: ma è un tipo di gioco che, come la
fantasia della primissima fase, può arrivare facilmente sul confine del
patologico. E' un gioco che da parte di chiunque - bambino
ragazzo, o adulto - deve essere tenuto
ben saldamente "in pugno" proprio per rimanere tale, per non
contribuire a far slittare l'Io individuale verso pericolose e
annullanti identificazioni;
un falso gioco "schiavizzante" che
può venir sfruttato
come strumento di forzatura unitalerale della personalità, di
appiattimento su "valori" restrittivi. Questo tipo di gioco espresso
nelle fasi appropriate dovrebbe preludere ai grandi momenti di
espansione, dovrebbe rappresentare una cornice in cui inserire il
grande problema sottostante: la verifica dei
propri limiti e dei limiti
altrui, il tentativo di superarli, di trovare nuove vie di
approccio
alla realtà, nuove forme di comunicazione e partecipazione,
nuove soluzioni ai problemi, NON certo surrogati
di potenzialità manchevoli. Se l'imitazione diviene un sostituto
della compartecipazione affettiva, suoi peggiori derivati, indice di
carenze più profonde, sono l'inconsapevole identificazione, o la insincera ricerca
di "modelli" su cui uniformarsi: il non più libero gioco
imitativo ne risulta un tentativo più o meno efficace - se nono
più o meno a sua volta pericoloso - di fare a meno
volutamente
dei rapporti affettivi, o di compensarne la reale mancanza.
E quanto sia pericoloso lo si può notare dappertutto: quanti
adulti (bambineschi, eterni "figli" irresponsabili) si trovano e in
quanti "posti" - "posti" non "lavori" - a non "fare" quel che le
necessità richiederebbero, ma a imitare quello che pensano debba
fare o meglio debba comportarsi chi è in quel
"posto"! E in
questo gioco (!) di imitazioni e di comportamenti esteriori - piuttosto
"atteggiamenti" che "comportamenti" - quante
cose "serie" vengono vissute come per scherzo e quante cose puerili
vengono prese tremendamente sul serio! Che confusione di attribuzioni
si sente fare tra "reale" e "immaginario"!
Comunque professionalmente non sono né una sociologa né
un'antropologa, sono un medico e il mio lavoro è quello del
medico
CURANTE che qundi è costretto ad incontrare tanti bambini
dallo sviluppo infelice ed ex-bambini usciti da uno sviluppo
difettoso da recuperare: ma non per questo - come
già
detto più sopra - condannati senza scampo a vivere solo da
"marionette" o "DA
SCHIAVI". Esperienze
magari assolutamente terribili accolte, rivissute e risolte
possono trasformarsi in fondamentali apporti non solo di ritrovata
SALUTE ma anche di SAGGEZZA e
CONOSCENZA
per il soggetto, ma sicuramente possono anche rappresentare
importantissime fonti di inaspettate
informazioni
per chi ne viene a conoscenza: anzi,
per chi le accoglie e le "comprende", possono offrire importantissimi
arricchimenti
non solo culturali da diffondere, ma anche forti e documentati progetti
politici su cui impegnarsi.
Occupandomi di Psicosomatica,
ed accettando ogni genere di pazienti, ho avuto l’occasione di
imbattermi
in casi di patologie psichiche e fisiche molto preoccupanti dovute ai
rivissuti
e/o ai postumi di gravissimi traumi psicofisici derivanti da situazioni
molto abnormi in tempo di pace: mi sono trovata a curare
vittime
di abusi sessuali ripetuti, di rituali satanici, di esperimenti medici
condotti su non-consenzienti se non su ignari; ad occuparmi di persone
costrette a questo come in schiavitù,
e ad altro ancora peggiore... attinente anche ad esperimenti ed
utilizzi
delle cosiddette armi-non-convenzionali
- o meglio armi
di energia - che utilizzano cioè "non-convenzionali" energie
o processi chimici o biologici invece che materiali e
"convenzionali"
esplosivi, proiettili o armi da taglio. (Vedi l'inizio di questo
file/capitolo e il sito e il libro dell'Associazione
italiana,
scientifica e giuridica, contro gli abusi mentali, fisici e tecnologici.)
Cinque
libri legati da un unico filo.
Questo è un vecchio
articolo-recensione
non copyright - da LIBRI
NUOVI 17 aprile 1999.
(vedi anche in un altro sito il link
sullo stesso testo)
Il primo dei cinqu libri è la nuova biografia di Piero Gobetti scritta da Alberto
Cabella
intitolata Elogio
della libertà: ne presento
l’argomento
con citazioni tratte da uno dei necrologi a lui dedicati e dalla
più
famosa delle sue stesse opere, ma ne prendo pure lo spunto per alcune
riflessioni
su altri fatti, libri ed autori.
Il 16 marzo 1926 ad un mese dalla sua scomparsa,
nel numero a lui interamente consacrato (numero 3 del III anno della
Rivista il
Baretti, fondata ed edita da Piero Gobetti), nell’articolo
di
Mario
Fubini intitolato La sua grandezza, comparivano queste
parole:
... Ma come pochi uomini sanno [intendendo:
"uomini maturi" non ragazzi ventenni come Gobetti che morì a 26
anni], egli [Piero Gobetti] apprese giovanissimo a non fidarsi in altri
che in se stesso, a lavorare senza speranza di premio, ad accogliere
l’avversità
come un fatto contro cui non vale ribellarsi e che può mutare
temporaneamente
la direzione della nostra attività, non sminuirne o cangiarne la
natura, a celare altrui la propria tristezza, a scegliere sempre, senza
esitare, la via più difficile, come la sola nobile, anzi come la
sola lecita. Non parliamo di quelle vie facili che sono l’abbassamento
di fronte alle opinioni dominanti, i compromessi tra la propria
coscienza
e il proprio interesse, il porre palesemente o larvatamente l’ingegno a
servizio di chi può ricompensare, e nemmeno di una tranquilla,
onesta
e dignitosa carriera, in cui senza difficoltà avrebbe raccolto
onori
e soddisfazioni... Ma anche nel cammino per cui si era messo era
possibile
una scelta tra il più facile e il più difficile, tra il
compromesso
larvato e la totale, tragica dedizione di sé... Anche nella
lotta
aperta, senza quartiere, vi sono soddisfazioni, consolazioni segrete:
la
speranza di un successo facile con mezzi sproporzionati al fine, che
permette
di non darsi tutto alla lotta impegnata, il compiacimento di sentirsi
vittima,
di nascondere il proprio pensiero e le proprie azioni nel segreto.....
In Risorgimento senza eroi, e altri scritti
storici (ultima edizione: Einaudi Torino 1985) Gobetti afferma
fra
l’altro: "E’ materia per quelli che si sono scelti la parte dei
precursori,
dei disperati lucidi, dei vinti che non avranno mai torto perché
nel mondo delle idee sanno far rispettare le distanze anche ai
vincitori
delle sagre di ottimismo... Il mio è il Risorgimento degli
eretici
non dei professionisti.
Nel 1991 Corrado
Stajano pubblica un libro dal titolo Un
eroe borghese (riedito nei Tascabili Einaudi nel
1995,
da cui è anche stato tratto il film
omonimo di Michele
Placido): documenti alla mano vi si descrive l’impegno
ostinato
di un semplice avvocato - Giorgio Ambrosoli - che, trovatosi a
fronteggiare
gli scandalosi interessi di mafia
non esitava a seguire la sua etica
di uomo onesto, la sua resistenza
umana fino a venirne ucciso. E
così,
nel libro come nel film, mentre parallelamente scorrono, calde e
affettuose
scene di vita familiare, di normalità di rapporti, di svaghi, di
vita civile si seguono
gli intrighi di poteri economici occulti e
pericolosi
fino alle agghiaccianti telefonate minatorie (nel film riprodotte nelle
registrazioni originali) ed alla morte annunciata.
Non solo eroe borghese, ma
con qualsiasi aggettivazione eroe vero
è, come Ambrosoli, chiunque non si lasci avviare (o
fuorviare) in
quelle
vie facili che sono l’abbassamento di fronte alle
opinioni dominanti, i compromessi tra la propria coscienza e il proprio
interesse, il porre palesemente o larvatamente l’ingegno a servizio di
chi può ricompensare
cioè chiunque si dedichi senza
riserve
e senza ripieghi a quanto è ormai convinto di dover fare; non
chi
si sacrifica per principio, nella totale,
tragica dedizione di
sé
con il compiacimento
di sentirsi vittima, ma chi vi si dedica
comunque,
costi quel che costi: non chi, non avendo in fondo niente da perdere,
si
dà uno scopo nel gettarsi verso le strade apparentemente
più
ardue del cosiddetto "Eroismo" con la "E" maiuscola, del "Bel Gesto",
ma
chi - avendo moltissimo da perdere: affetti, carriera, serenità
- prosegue, impaurito e isolato.
E qui approfitto appassionatamente per invogliare
alla lettura di due altri libri più recenti e attuali:
Nabela,
18 anni,
sorella di Loubna Benaissa, la piccola marocchina di nove
anni violentata
e uccisa in Belgio nel 1992 e ritrovata solo nel marzo 1997,
racconta l'atroce vicenda vissuta dalla sua famiglia e l'incubo che ha
sconvolto un'intera nazione. Loubna scompare misteriosamente un
tranquillo
mercoledì d'agosto, in pieno giorno, in un quartiere di
Bruxelles. Benché
molti dettagli indirizzino subito gli inquirenti verso il colpevole,
una
vecchia conoscenza della polizia, l'inchiesta segna il passo e l'alibi
dell'indiziato non viene messo in dubbio. Passano cinque anni
e soltanto la
tenacia di Nabela unita all'indignazione di tutto il Belgio consente di
venire
a capo della tragedia e di catturare l'omicida.
Cosa accomuna questi due libri così apparentemente
diversi, scritti da persone di età, ambiente, motivazioni,
esperienze
così differenti? Cosa accomuna questi a quelli presentati prima?
Che cosa hanno in comune un ragazzo, "molto torinese", che all’inizio
del
secolo ha iniziato a percorrere la "sua" strada a diciassette anni -
Piero
Gobetti - ed una ragazzina attuale marocchina-belga - Nabela Benaissa
- che a soli quattordici anni si è trovata a dover combattere
contro
avversari terribili,
che
ha scoperto la giustizia (o meglio
l’ingiustizia)
di questo mondo, le coperture della stessa giustizia... [ed
è
stata] costretta a gettarsi nella mischia "spaventata dalla propria
audacia"
(come la descrive la prefattrice del suo libro)? Cosa li accomuna
a
uomini
- come Ambrosoli e Palermo - che nella dedizione convinta alla loro
professione
si sono trovati dolorosamente coinvolti tra ombre del presente e
fantasmi
del passato, l’uno un
cittadino come noi che si rompe la testa sulla
documentazione di un delitto incredibile e l’altro con un’esperienza
di magistrato "scomodo" e con una strenua volontà di capire
?
Che
cosa accomuna loro stessi e questi libri?
Nel leggerli vi si sente scorrere - nelle due
autobiografie quasi ancor più che nel libro sul caso Ambrosoli
- una calda atmosfera di umanità, di reale vita vissuta, di
affetti,
(o magari di disaccordi) civilmente familiari, di persone, cittadini e
persone umane, simultaneamente. In fondo - per disgrazia loro, NON con
il compiacimento di sentirsi vittima,
NON
per volontaria totale,
tragica
dedizione di sé da soldati di ventura - queste persone
differenti
per età, per cultura, per tipo di famiglia, per etnìa e
cittadinanza,
per ideologia e per religione... si sono trovate a dover fronteggiare
senza
riserve e compromessi un terribile nemico, unico ma dai molti volti;
unico
e imperversante, attualmente come in un passato abbastanza remoto;
unico
e planetariamente esteso ai massimi livelli sia che si fosse chiamato
fascismo
con la sua tronfia apparente futilità, sia che dietro vi si
celasse
la bieca, serissima ombra organizzata e implacabile del nazismo; un
nemico
che sembra indistruttibile, che [tuttora]
conduce un gioco occulto e distorto...
dietro cui c’è solo un’apparente giustificazione: la ragion di
Stato.
Un dubbio di fondo però ci assale: ma di quale Stato?
(come
si afferma nella quarta di copertina di un altro libro di Carlo Palermo
Il
quarto livello). Risorgimento
senza eroi... di tanto
tempo fa, e "guerra di liberazione"
più recente.... Il passato
è
passato in una sagra di ottimismo? o una terribile lotta per la
libertà di tutti e per la civiltà è ancora in
corso
su scala planetaria contro un nemico
subdolo e strisciante ma potentissimo? una lotta con esiti non
certo scontati come i vincitori
delle sagre di ottimismo vorrebbero
illudersi
fosse?
Anzi proprio ora, in questo particolare momento storico
ci si trova obbligati a riportare citazioni dal quinto dei libri citati
nel titolo, il libro autobiografico Pappagalli
verdi del chirurgo di guerraGino
Strada:
Lo sappiamo bene, ci è davanti
agli occhi ogni giorno l’inadeguatezza delle nostre azioni, l’enorme
sproporzione
rispetto ai bisogni... Nessuna liturgia, né retorica, niente
significati
trascendenti e universali. Non servono, non c’entrano, possono perfino
essere dannosi. Questo deve restare un mestiere, anzi deve cominciare,
finalmente, a diventare un mestiere, una professione. Il chirurgo di
guerra
come il pompiere, il vigile, il fornaio. perché solo se solo se
diventa mestiere, lavoro, occupazione permanente, può acquistare
in dignità, guadagnare in competenza, diventare intervento di
qualità,
essere professionale. La chirurgia di guerra non è terreno di
avventura
o improvvisazione. Qui non basta la voglia , splendida e generosa, di
esser
utili per esser utili davvero.
Cinque libri quindi che affermano
in vari modi la
necessità di fare al meglio e con continuità quanto si
sta
facendo; di non smettere, di proseguire anche se ci si trova in
antagonismo
con alcuni principi precedentemente professati e contro alcune figure
di
riferimento magari soggettivamente, se non per ideologia, preferite; di
impegnarsi
con la stessa tenacia e precisione anche se ci si trova di fronte ad
inaspettate
forze malefiche, gigantesche, onnipresenti e soverchianti da affrontare
da soli.... Ciascun protagonista si è trovato a combattere - se
non a soccombere - contro aspetti differenti dello stesso nemico: un
nemico
che è sopravvissuto indenne al crollo - almeno apparente - del
fascismo
e del nazismo, ed ha quasi apertamente favorito la fuga dei gerarchi e
scienziati nazisti e che ne ha permesso la continuazione e la
propagazione
delle attività criminose; un nemico unitario sia che tratti
grandi
e loschi affari finanziari (vedi Ambrosoli e Sindona, dietro il
quale
sta la Mafia vera e propria,
ma si profila però anche la bieca
sagoma
del BurattinaioLicio
Gelli), sia che traffichi in armamenti (vedi sul traffico di
armi
dello stesso Carlo Palermo Il
quarto livello Roma
1996
Editori Riuniti) o che rapisca (e peggio) bambini... [Sul traffico
di bambini e tutto quanto di ancor peggiore vi ruota intorno
vedi molti
siti Web riguardanti testimonianze, denunce e appelli dei
sopravvissuti
e gli archivi del giornale Belga Le soir degli anni
1996-98
- in cui si riferisce ad esempio che sono stati ritrovati 4.497 capi di
vestiario esposti per venir riconosciuti dalle famiglie dei bambini
scomparsi
(da le Soir del 26 febbraio 1997)].
(Cenni autobiografici di
Cassandra: Più
che un personaggio è un motivo di fondo, ma non per questo meno
importante, nel clima dell’epica e della tragedia greche. Nell’Iliade e
nell’Odissea è poco più che un nome; nel teatro (Eschilo
e Euripide) appare appena come profetessa inascoltata, e il poema
dedicatole
da Licofrone è piuttosto una variazione ermetica sulle sue
profezie
che una rappresentazione del personaggio. Figlia di Priamo e di Ecuba
è
amata da Apollo; ebbe dal dio il dono della profezia, ma, non avendo
corrisposto
al suo amore, fu da lui stesso condannata a restare veggente
inascoltata.
(dal Dizionario
delle opere e dei personaggiBompiani
editore)